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Afghanistan, la crisi di legittimità e la tentazione del ritiro

Candace Rondeaux, La Repubblica  |   5 Nov 2009

L'annuncio che il ballottaggio delle elezioni presidenziali non avrà più luogo non cambia di molto le cose in Afghanistan. Con o senza il secondo round, questa tornata elettorale non avrebbe mai potuto produrre un potere esecutivo legittimato. Con la cancellazione delle elezioni del 7 novembre, i funzionari afgani stanno solo perperpetuando la frode cominciata lo scorso agosto. Ciononostante non è questo il momento, per gli alleati Nato, di ritirare le proprie truppe dal paese.

Quando la Commissione per i ricorsi elettorali aveva dichiarato il primo turno presidenziale compromesso da gravi frodi, l'intero processo elettorale ne era uscito fortemente discreditato. Adesso l'Afghanistan ha un presidente che non è stato eletto da una maggioranza della popolazione e che è stato dichiarato vincitore solo perché l'unico a competere nella corsa. Non ci si dovrebbe sorprendere più di tanto se il popolo afgano ha completamente perso fiducia nello Stato e nelle sue deboli istituzioni.

Ma la stessa comunità internazionale, per gli afgani, non è esente da responsabilità. E' vero che le elezioni sono state gestite, per la prima volta, direttamente dal governo afgano; ma la missione di assistenza dell'Onu in Afghanistan è stata fortemente coinvolta nella preparazione. La comunità internazionale, Stati Uniti e Gran Bretagna inclusi, si sono affrettati a dichiarare Karzai il netto vincitore di un turno elettorale tutto sommato riuscito, anche se avanzando alcune riserve di fondo.

Quell'endorsement troppo precoce - così come l'accettare la conferma di Karzai come presidente dopo un nocivo tiro alla fune sull'opportunità di tenere o meno una seconda tornata elettorale - è costato alla Ue, agli Stati Uniti e all'Onu parte della fiducia che hanno presso il pubblico afgano. Adesso che tale consenso è stato eroso, i ribelli taliban si sono sentiti nella posizione di affermare che il governo sostenuto dagli Stati Uniti non è riuscito a mantenere le proprie promesse fatte sulle elezioni, consegnandogli una vittoria strategica di grandi proporzioni.

E tutto ciò avviene nel momento in cui la situazione della sicurezza del paese si è già drammaticamente deteriorata. Le settimane prima delle elezioni del 20 agosto sono state le più violente dal 2001. La sola giornata delle votazioni è stata le più drammatica dalla caduta del regime talebano: si sono registrati 300 incidenti violenti, ed almeno 31 persone sono rimaste uccise.

I Taliban avevano già promesso che sarebbero andati all'assalto sia degli elettori sia del personale addetto allo spoglio, il prossimo 7 novembre. L'insicurezza di certe aree, in particolare di etnia pashtun, avrebbe reso praticamente impossibile il monitoraggio indipendente delle elezioni, e l'affluenza sarabbe stata probabilmente molto minore che al primo turno. Alla fine, la propaganda taliban avrebbe solo dovuto comodamente constatare come il processo elettorale non porti ad alcun risultato concreto.

Cancellare il secondo turno elettorale per poter fare cassa, oltre che per via delle minacce talebane, non fa altro che peggiorare la situazione di illegittimità di questo governo.

In ogni caso però il fatto che Karzai sia finalmente stato "eletto", o installato, non ha molta importanza adesso. Come presidente dell'Afghanistan per i prossimi cinque anni, dovrà affrontare un doppio problema: far combaciare un debole mandato elettorale con la risurrezione talebana e un'enorme, diffusa corruzione.

Al cuore del recente tumulto politico afgano c'è il fallimento nel costruire solide istituzioni durante gli ultimi otto anni. L'intero sistema politico in Afghanistan necessita di essere riformato e deve essere in grado di rispondere al popolo afgano. Il sistema giuridico è stato malamente trascurato, e ha contribuito ad una corruzione rampante. La fissazione dell'occidente con l'ordinamento presidenziale ha contribuito all'istituzione di un potere legislativo debole. La drastica revisione dell'assetto statale è la priorità urgente. Ciò vuol dire che il governo afgano, sostenuto dai propri alleati internazionali, dovrà rimettere mano alla costituzione. Il processo dovrà svolgersi attraverso una loya jirga, o grande assemblea, ed ovviamente comporterà che l'anno prossimo si tengano elezioni locali credibili.

Parte del problema è che l'Afghanistan ha un assetto costituzionale fortemente centralizzato, a sorreggere una società altamente decentralizzata. Una risposta a tale problema sarebbe dare più poteri locali ai distretti e alle province, facendoli però comunque rispondere a Kabul.

Dal canto suo, la comunità internazionale dovrà riconoscere i difetti di un sistema che ha contribuito a mettere in piedi. Dall'invasione del 2001 che ha rimosso i Taliban dal governo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ripetutamente optato verso soluzioni rapide e non sostenibili sul lungo periodo.

Trasformare l'Afghanistan con successo sarà, senza dubbio, un lungo e doloroso processo, con molti contrattempi. Ma questo non è il momento per l'Italia, gli Usa e gli alleati europei di abbandonare la corsa. In fin dei conti, in Afghanistan abbiamo la responsabilità di correggere gli errori che abbiamo compiuto.

Candace Rondeaux, analista per l'Afghanistan, International Crisis Group

 
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