Afghanistan, investire risorse per costruire un paese normale
Afghanistan, investire risorse per costruire un paese normale
The U.S. and the Taliban after the Killing of al-Qaeda Leader Ayman al-Zawahiri
The U.S. and the Taliban after the Killing of al-Qaeda Leader Ayman al-Zawahiri
Op-Ed / Asia

Afghanistan, investire risorse per costruire un paese normale

Le imminenti elezioni presidenziali e provinciali in Afghanistan di giovedì prossimo, così come quelle legislative nel 2010, rappresentano una sfida eccezionale. Sin dalle ultime tornate elettorali nel 2004-2005, sia il governo afgano che la comunità internazionale non sono stati in grado di creare un quadro elettorale robusto e di guidare i processi di democratizzazione in atto nel paese. 

I processi elettorali sono lo specchio di istanze sociali di più ampia portata e le prossime sfide rifletteranno gli sviluppi - così come i fallimenti - che hanno avuto luogo negli ultimi anni nell'ambito politico, della sicurezza e dello sviluppo delle istituzioni democratiche. 

Idealmente, le elezioni possono aumentare la rappresentatività istituzionale di un popolo ed allo stesso tempo rinforzare le forze di opposizione democratiche e pacifiche. Ma in Afghanistan, il deterioramento della pianificazione e delle istituzioni elettorali negli ultimi anni è sintomo del più ampio deficit democratico dell'intero paese. 

Adesso, la maggiore attenzione rivolta all'Afghanistan, a livello sia geopolitico che di sviluppo interno, deve essere destinata ad una pianificazione strategica che guardi anche oltre le elezioni del 2010. Nel periodo immediatamente seguente le elezioni, la società afgana ha bisogno che i principali ministeri, i rappresentanti della società civile, i donatori stranieri e gli esperti elettorali si siedano allo stesso tavolo per elaborare strutture ed infrastrutture elettorali destinate a durare nel tempo. 

Una strategia simile dovrebbe includere l'addestramento, il controllo e un adeguato sostegno economico alle migliaia di poliziotti reclutati per sorvegliare il corretto svolgimento delle elezioni. Al momento, la qualità dei servizi di polizia afgana è stata costantemente inadeguata, e la tattica di utilizzare forze di polizia per combattere i rivoltosi è risultato problematico. 

L'insicurezza e gli episodi di violenza degli insorti, in particolare nelle aree pashtun, sia a Sud che ad Est, potrebbero rendere difficile recarsi alle urne ed esercitare il diritto al voto, nonché aumentare il livello di intimidazione nel paese. Una mappa recentemente pubblicata dalle Nazioni Unite non è incoraggiante: almeno metà del paese è oggi a rischio. 

Nonostante le difficoltà, le urne rimangono la migliore opzione. Quarantuno candidati alla presidenza ed oltre tremila candidati ai consigli provinciali significano che l'interesse nel processo democratico continua. Ma le falle di questo round elettorale rischiano di frammentare l'intero processo, dando vita ad una serie di eventi separati piuttosto che ad uno sforzo coordinato che possa contribuire alla restaurazione dello stato nazionale. 

Da ciò deriva l'importanza di assicurarsi che le risorse e l'attenzione generale vengano canalizzate, aldilà che sull'evento elettorale specifico, nel rafforzamento di ciò che conta davvero: la costruzione di istituzioni elettorali e politiche durature. Altrimenti, sarebbe difficile parlare di uno stato afgano rappresentativo, sostenibile e finalmente stabile. 

Le enormi risorse internazionali, finalmente concentrate sulle elezioni dopo anni di inerzia, devono essere usate per guidare verso il costante miglioramento delle condizioni del paese, dando sostanza alla retorica internazionale su quanto sia essenziale costruire le istituzioni afgane, così come le norme democratiche, con altrettanta determinazione. 

Alla fine, sarà la percezione da parte della popolazione afgana, a misurare il successo elettorale. Se gli afghani sono incoraggiati a votare, devono essere sicuri che il loro voto conterà qualcosa. Se percepite come una frode, queste elezioni non sarebbero altro che l'ennesima falla nella costruzione della democrazia afgana. 

Podcast / Asia

The U.S. and the Taliban after the Killing of al-Qaeda Leader Ayman al-Zawahiri

This week on Hold Your Fire! Richard Atwood speaks with Crisis Group’s Asia Director Laurel Miller about U.S. policy in Afghanistan, the Taliban’s foreign relations and what the killing of al-Qaeda leader Ayman al-Zawahiri in the Afghan capital Kabul says about the threat from transnational militants in Afghanistan a year into Taliban rule.

On 31 July, a U.S. drone strike killed al-Qaeda leader Ayman al-Zawahiri in the Afghan capital Kabul. Zawahiri appears to have been living in a house maintained by the family of powerful Taliban Interior Minister Sirajuddin Haqqani. His death came almost a year after U.S. troops pulled out of Afghanistan and the Taliban routed the former Afghan security forces and seized power. The Taliban’s uncompromising rule over the past year has seen girls denied their right to education, many other rights and freedoms curtailed and power tightly guarded within the Taliban movement. The Afghan economy has collapsed, owing in large part to the U.S. and other countries’ freezing Afghan Central Bank assets, keeping sanctions against the Taliban in place and denying the country non-humanitarian aid. Levels of violence across the country are mostly down, but Afghans’ plight is desperate, with a grave humanitarian crisis set to worsen over the winter. The Taliban’s apparent harbouring of Zawahiri seems unlikely to smooth relations between the new authorities in Kabul and the outside world. 

This week on Hold your Fire! Richard Atwood speaks with Crisis Group’s Asia Program Director Laurel Miller about U.S. policy in Afghanistan and the Taliban’s broader foreign relations after Zawahiri’s killing. They discuss what his presence and death in Kabul mean for U.S. policy and what they say about the threat posed by transnational militants sheltering in Afghanistan. They look into how countries in the region are seeking to protect their interests in Afghanistan, including by engaging with the de facto Taliban authorities, and how those countries – particularly Pakistan, which has faced an uptick of violence in the past year – view the danger from foreign militants in Afghanistan. They also look in depth at Washington’s goals in Afghanistan a year after the withdrawal and what balance it should strike between engaging the Taliban or seeking to isolate them. Just over a year after the U.S. withdrawal and Taliban takeover, they reflect back on Washington’s decision to pull out troops. 

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For more on the situation in Afghanistan, check out Crisis Group’s recent report Afghanistan’s Security Challenges under the Taliban.

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