Perché l'Unione europea deve sostenere il Kosovo
Perché l'Unione europea deve sostenere il Kosovo
How to Relaunch the Kosovo-Serbia Dialogue
How to Relaunch the Kosovo-Serbia Dialogue
Op-Ed / Europe & Central Asia

Perché l'Unione europea deve sostenere il Kosovo

Dopo circa un decennio di intenso impegno multilaterale sul Kosovo, la comunità internazionale rischia di inciampare sull’ultimo ostacolo. Il miglior piano per risolvere il conflitto nei Balcani è stato pericolosamente lasciato a marcire e l’Unione Europea, che è l’attore internazionale centrale e l’unico che ha qualcosa da perdere nel caso di un ritorno del caos alle sue porte, si è tristemente permessa di dividersi, in gran parte a causa di qualcosa che può solo definirsi come "zizzania russa".

Restano ancora poche settimane per definire lo status legale del territorio che è sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite dal 1999, da quando i bombardamenti della Nato hanno messo fine alla campagna di pulizia etnica di Belgrado contro la separazione della provincia composta al novanta per cento da popolazione di etnia albanese. Nessuno può essere certo di cosa succederà fra un mese, al termine dei 120 giorni dell’ultimo periodo di negoziati. Le consultazioni tra Belgrado e Pristina porteranno quasi certamente a un vicolo cieco, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, paralizzato a causa delle minacce di veto russe, sarà incapace di interrompere la situazione di stallo adottando la tanto penata quanto ponderata proposta sul Kosovo del negoziatore delle Nazioni Unite Martti Ahtisaari.

Tra poco, giunti al 10 dicembre, scopriremo cosa succederà. All’inizio del 2008 vedremo probabilmente una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Pristina, riconosciuta da circa 22 stati membri dell’Unione Europea – insieme agli Stati Uniti, alla Turchia e alla Macedonia – ma non da quattro o cinque paesi della UE. Questa divisione dell’Europa è profondamente preoccupante per una serie di ragioni.

In primo luogo l’Unione Europea dovrebbe inviare missioni operanti nei settori della politica e dello Stato di Diritto per sostituire la presenza delle Nazioni Unite nella regione. Ma è già chiaro che Mosca rigetterà questo ulteriore sforzo nell’ambito di un nuovo mandato delle Nazioni Unite – una posizione che non s’impegna per la stabilità nei Balcani. Se gli stati membri della UE non riescono a trovare un accordo fra loro sullo status del Kosovo, le nuove missioni cominceranno con un ulteriore handicap. Come potrebbero infatti i responsabili, i politici e i magistrati europei essere in grado di agire concretamente in un paese che diversi stati membri non riconoscono neanche?

In secondo luogo come potrebbe Bruxelles collaborare con il nuovo paese se gli stati membri sono divisi sulla legalità della sua esistenza? Gli accordi commerciali e le discussioni legate ad una potenziale membership nella UE, a cominciare dal Patto di Associazione e Stabilità, non potrebbero nemmeno cominciare. Lo stato abbandonato proseguirebbe la propria esistenza in uno stato di limbo, solo sotto altro nome, non facendo nessun favore a coloro che preferirebbero vedere stabilità politica e prosperità nella regione.

I problemi sono ancora più profondi. Se l’Unione Europea si permette di essere visibilmente divisa su questa questione, i serbi del Kosovo settentrionale potrebbero sentirsi incoraggiati a provare a separarsi dal nuovo stato, in particolare qualora le forze della Nato non fossero sul posto in numero sufficiente e non avessero il mandato per intervenire. Con ciò, però, i serbi a nord del fiume Ibar manderebbero alla deriva i serbi stanziati nelle enclaves del sud, di gran lunga il gruppo più numeroso, lasciato tristemente senza le protezioni formali per le minoranze che il piano di Athisaari avrebbe previsto. Gli albanesi della vicina zona serba della valle di Presevo, che hanno combattuto in una breve insurrezione nel 2000, hanno promesso di chiedere l’inclusione nel nuovo Kosovo albanese qualora i serbi del Kosovo settentrionale cominciassero a riproporre i confini interni della ex Yugoslavia – una logica familiare alle opinioni revisioniste dei serbi bosniaci della Repubblica Srpksa.

È chiaro che questa instabilità diffusa non è  nell’interesse dell’Unione Europea.

I membri della UE contrari all’indipendenza del Kosovo (principalmente la Grecia e Cipro) e gli attendisti (attualmente Slovacchia, Romania, Spagna, Italia e Slovenia) non hanno chiaramente un altro piano per la provincia – nessuna formula che dieci anni di iniziative e negoziati a tutti i livelli non abbiano già in qualche modo messo in discussione – quindi non è assolutamente irragionevole chiedere loro di entrare in un mainstream europeo. La Russia è stata comunque “straordinaria” nel riesumare l’alleanza ortodossa e nel rievocare la fratellanza slava in aiuto di Belgrado, ma i legami europei dovrebbero avere priorità su questi altri sentimenti.

Altri membri della UE temono che un riconoscimento del Kosovo possa dare sostegno a eventuali elementi separatisti in Europa. Ma difficilmente il Kosovo potrebbe diventare un precedente. In nessuna parte dell’Europa esiste un caso simile – un popolo soggetto a pulizia etnica di massa, ritornato alla propria terra grazie a un intervento militare internazionale, che da anni vive sotto la protezione delle Nazione Unite pur essendo la maggioranza composta dal novanta per cento dei cittadini, e sotto la tutela di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che prevede la determinazione del futuro status del paese attraverso un "processo politico".

A parte tendenze "romantiche" e timori infondati, il post 10 dicembre resta un abisso inesplorato. Sarebbe stato ideale se il Consiglio di Sicurezza avesse approvato il piano di Ahtisaari, ma ciò purtroppo non è avvenuto. Al fine di evitare maggiore instabilità ai suoi confini l’Unione Europea non ha alternative se non quella di sostenere l’oramai inevitabile dichiarazione di indipendenza di Pristina e di guardare avanti alle future relazioni con il più giovane stato europeo.

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