icon caret Arrow Down Arrow Left Arrow Right Arrow Up Line Camera icon set icon set Ellipsis icon set Facebook Favorite Globe Hamburger List Mail Map Marker Map Microphone Minus PDF Play Print RSS Search Share Trash Crisiswatch Alerts and Trends Box - 1080/761 Copy Twitter Video Camera  copyview Whatsapp Youtube
Perché dobbiamo accogliere i profughi
Perché dobbiamo accogliere i profughi
Can a “Humanitarian Truce” Help End Ethiopia’s Civil War?
Can a “Humanitarian Truce” Help End Ethiopia’s Civil War?
Op-Ed / Global

Perché dobbiamo accogliere i profughi

Originally published in La Repubblica

I Paesi europei stanno accettando e integrando i migranti nelle loro società. Dunque la mia domanda è: perché non più siriani? E, parimenti, perché non più iracheni, afgani o somali? È per una questione di razzismo? È perché si sospetta che siano un rischio per il terrorismo?  Oppure non sono considerati del tutto capaci o qualificati? Queste sono domande a cui i leader europei devono iniziare a rispondere per poter superare l’emergenza profughi.

L’Europa è ben consapevole delle conseguenze a livello strutturale, con un drammatico declino demografico in Germania, Italia e Spagna, giusto per nominarne alcuni. Nel 2014, i paesi europei hanno accolto e integrato con successo circa 2,3 milioni di profughi, riunendoli alle loro famiglie e offrendo permessi di lavoro e un’istruzione. In effetti, il Regno Unito è stato il paese migliore nell’integrazione dei migranti, accogliendone 568.000 solo nel 2014, provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’India, dalla Cina e dal Brasile. Ma quanti dalla Siria? Quasi nessuno. Persino il mio paese, l’Italia, ha integrato più di 200.000 persone nel 2014. Eppure molti europei continuano a negare l’accoglienza a rifugiati e migranti causati dall’“emergenza” lungo i confini meridionali del continente.

Abbiamo bisogno di più immigrati, di tutti i tipi. Non di meno.

Una volta che i rifugiati raggiungono l’Europa, deve esserci una politica d’integrazione efficace che eviti errori passati. Bisogna investire negli alloggi, nell’educazione, nella formazione linguistica e professionale per evitare una futura alienazione o privazione. L’Europa non può permettersi di continuare il suo approccio scoordinato e miseramente inadeguato alla realtà dell’immigrazione. Il nostro fallimento nel gestire efficacemente l’ingresso e l’insediamento di rifugiati e migranti ha aggravato il problema, creando una grave crisi politica.

Nell’assenza di un piano generale per la gestione e la distribuzione dei richiedenti asilo, le nazioni europee sono andate nel panico. Molte di loro hanno installato rigidi controlli di frontiera, alla ricerca di capri espiatori.

La Grecia, che ha attraversato una lunga fase di tensione economica prima dell’attuale crisi, è stata presa di mira per aver fallito nell’identificazione e nell’alloggiamento dei rifugiati. È assurdo pretendere che il paese si faccia carico di questo fardello da solo. L’UE ha garantito 509 milioni di euro per il programma nazionale della Grecia (2014-2020), oltre a degli aiuti addizionali per un totale di 264 milioni, per aiutare il paese a gestire l’afflusso di migranti. Tuttavia, alcuni stati membri non hanno pagato la loro parte. Questa mancanza di solidarietà sta aggravando la crisi e fa sì che la Grecia non abbia le risorse necessarie per identificare ogni migrante e per determinarne il diritto d’asilo. Questo processo d’identificazione richiede più operatori sociali, interpreti e giudici, che l’Europa ha promesso ma a cui non ha ancora provveduto.

Se è vero che c’è stata una mancanza di leadership in questa situazione, è altrettanto vero che alcuni interventi positivi sono stati fatti. Ad esempio, il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha coraggiosamente aperto le porte ai rifugiati (o, per dirla con le sue stesse parole, si è semplicemente rifiutata di chiudere le porte). È stata accusata e criticata per “aver scelto i rifugiati”, favorendo in particolare quelli siriani per la loro tendenza a venire formati e istruiti meglio. Perlomeno ha mantenuto aperto il confine tedesco per identificare i nuovi arrivi, e vorrei incoraggiare altri stati dell’Unione Europea a seguire lo stesso esempio.

In Italia possiamo essere orgogliosi delle vite salvate grazie all’operazione Mare Nostrum nel Mediterraneo. Il programma ha salvato più di 140.000 persone in meno di un anno, prima che fosse ufficialmente chiuso alla fine del 2014. Stiamo continuando con le operazioni di ricerca e salvataggio su una scala molto più ridotta, grazie all’impegno della Guardia Costiera Italiana, delle associazioni di pescatori e delle ONG.

Una missione appropriata nel Mediterraneo dovrebbe comprendere un programma attivo di ricerca e salvataggio, seguendo il fortunato esempio di Mare Nostrum, al fine di affrontare i prossimi mesi e anni di questa crisi. Il pensiero di perdere vite in mare è assolutamente inaccettabile.

Le istituzioni europee hanno bisogno di migliorare le loro capacità di previsione per identificare i segnali d’allarme d’instabilità politica e di potenziali conflitti, e prendere iniziative adeguate per aiutare gli stati vulnerabili prima che un altro esodo di massa inizi. Un paese a rischio è l’Algeria, caratterizzato da un conflitto sociale esteso, un sistema politico chiuso e una corruzione dilagante. Non c’è alcun successore vivente al Presidente Abdelaziz Bouteflika. Considerando tutto il disordine in Libia e negli altri paesi vicini, è lecito descrivere l’Algeria come una bomba pronta a esplodere. L’Europa non sta facendo abbastanza per prevedere e impedire un potenziale scoppio e le inevitabili conseguenze sulle migrazioni che ci sarebbero per il nostro continente.

Ci sono innumerevoli complicazioni riguardanti la crisi odierna, incluso le modalità di separazione dei rifugiati dai migranti economici. È una distinzione tanto importante quanto non sempre facile da fare. Prima di tutto, la maggior parte di queste persone arriva qui senza documenti. Uno potrebbe dire di provenire dall’Eritrea, per esempio, ma come si potrebbe stabilire se questo sia vero oppure no? In secondo luogo,  come dovrebbe essere classificata questa persona, come un rifugiato o come un migrante economico? È indubbiamente molto difficile. 

Possiamo costruire un sistema più razionale per affrontare le varie sfide, ma solo se prima plachiamo l’isterismo che sta colpendo l’Europa. Milioni di persone stanno sfuggendo alla guerra, alla repressione, alla tortura e alle minacce di morte. Prima di tutto, la politica dei profughi deve salvaguardare le vite umane.

È un problema globale e non limitato al Mediterraneo. Aiuta a riflettere sulle situazioni negli altri paesi: la Tunisia ha accolto un milione di libici in una popolazione di circa undici milioni di abitanti; il Libano ha accolto più di un milione di siriani in una popolazione di circa quattro milioni di abitanti. Come può l’Europa non dimostrare lo stesso spirito generoso nel dare il benvenuto a coloro che fuggono da questi orrori?

This article was translated into Italian by Giulia Brioschi

Podcast / Africa

Can a “Humanitarian Truce” Help End Ethiopia’s Civil War?

This week on Hold Your Fire!, Richard Atwood and Naz Modirzadeh are joined by Crisis Group expert William Davison to discuss the Ethiopian federal government's offer of a humanitarian truce in its seventeen-month war against forces from Ethiopia’s northern Tigray region. 

After almost seventeen months of devastating civil war in Ethiopia, the federal government on 24 March announced what it called a humanitarian truce. The offer would ostensibly allow aid into Ethiopia’s northern Tigray region, which has, in effect, been under a blockade for months and where millions face what the UN describes as a serious lack of food. The government’s unilateral truce declaration comes after its offensive in late 2021 pushed back Tigrayan forces, who had advanced to within striking distance of the capital Addis Ababa – the latest about-face in a war that has seen the balance of force between federal troops and Tigrayan rebels swing back and forth. It also comes alongside other signals that Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed may have tempered his initial goal of crushing Tigray’s leadership. 

This week on Hold Your Fire!, Richard Atwood, Naz Modirzadeh and William Davison, Crisis Group’s senior analyst for Ethiopia, discuss the causes and significance of the government's proposal. They map out the military dynamics on the ground and the evolving calculations of Tigrayan leaders, Prime Minister Abiy, other Ethiopian protagonists in the conflict and Eritrean President Isaias Afwerki, whose forces were also fighting alongside the federal troops against the Tigrayans. They talk about the role of foreign powers in supporting President Abiy Ahmed and in pushing for peace and break down how regional relations are shaping the conflict. They ask how optimistic we should be that the truce eases Tigray’s humanitarian disaster or even serves as a foundation for peace talks and how such talks might surmount the thorniest obstacles – notably resolving a territorial dispute in Western Tigray – to a political settlement.  

Click here to listen on Apple Podcasts or Spotify.

For more information, explore Crisis Group’s analysis on our Ethiopia page.

Contributors

Executive Vice President
atwoodr
Naz Modirzadeh
Board Member and Harvard Professor of International Law and Armed Conflicts
Senior Analyst, Ethiopia
wdavison10