How to Mitigate the Risks of Iraqi Kurdistan's Referendum
How to Mitigate the Risks of Iraqi Kurdistan's Referendum

Il Dilemma del PKK

Il conflitto in Siria ha rappresentato un momento di svolta nella storia del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) perchè ha riaperto un dibattito interno sulla struttura interna del movimento, i suoi obiettivi politici e strategici. Grazie al supporto militare internazionale nella guerra contro lo Stato Islamico,  il PKK si trova per la prima volta di fronte alla possibilità di conseguire, in Siria, alcuni degli obiettivi che si era proposto di realizzare in Turchia, ovvero controllo militare dei territori curdi e una serie di istituzioni di auto governo. Questi sviluppi hanno riaperto nel movimento un dibattito ideologico e strategico tra  ideologia a aspirazioni nazionaliste, leadership centrale del PKK e sue derivazioni regionali. Il dilemma rimane irrisolto ed oppone coloro che identificano nella lotta contro la Turchia la priorità alla quale i curdi di tutte le nazionalità sono chiamati a partecipare a coloro che ritengono che il conflitto siriano possa offrire l’opportunità di sfruttare il sostegno internazionale per realizzare in Siria alcuni degli obiettivi specifici del movimento, indipendentemente dalla lotta contro lo stato turco.

A differenza di tutti i partiti del movimento nazionalista curdo, il PKK è nato nel 1978 come un movimento transnazionale con una  finalità ideologica di rinnovamento dei rapporti fondamentali tra individui e organizzazione interna della società,  piuttosto che per la creazione di uno stato per l‘etnia curda. Tuttavia, sin dagli esordi, ma soprattutto sin dal momento dell’arresto di Abdallah Ochalan, fondatore e ideologo del movimento, la spinta alla riforma sociale è coesistita accanto accanto a quella etno-nazionalista, in una continua dialettica a cui hanno dato voce diverse personalità fondatrici del movimento. Coloro che predilogono l’aspetto di riforma sociale ritengono che l’obiettivo del PKK sia proprio quello di riformare in primo luogo lo stato turco, di dargli una seconda vita e una nuova identità. Per questo concepiscono il partito come un movimento transnazionale al quale curdi e non curdi possono partecipare e che mira a provocare un cambiamento politico, culturale e di organizzazione sociale all’interno della Turchia. Tale cambiamento costituirebbe la condizione imprescindibile per l’autogoverno delle comunità curde e non curde in Turchia e nei paesi limitrofi. Questa dottrina considera quindi l’autogoverno dei curdi come un processo che passa in primo luogo attraverso la fine progressiva dello stato- nazione come elemento organizzativo della società e l’emergere di nuove forme organizzative fondate e definite da valori comuni (come l’ecologia o l’uguaglianza di genere) invece che da frontiere territoriali. Chi invece pone l’accento sull’aspetto etno-nazionalista propone tra i suoi obiettivi l’autodeterminazione curda attraverso la creazione di forme di autogoverno fondate su valori simili, o organizzate in regioni semi autonome nel contesto degli stati odierni o attraverso la fondazione di uno stato autonomo. In questa prospettiva, l’obiettivo del partito non si limita alla Turchia ma è attivo anche negli altri stati con popolazione curda, l’Iran, I’Iraq e la Siria, e mobilita la popolazione locale in ciascuno di questi contesti.

Riassumendo: se nel primo caso la riforma della società precede l’autogoverno, nel secondo l’autogoverno è condizione necessaria per la realizzazione della riforma della società. In entrambi i casi, tuttavia, l’obiettivo del partito supera la questione dell’autonomia etnica e, a differenza dei partiti tradizionali curdi, non vede semplicemente nella fondazione di uno Stato territoriale la coronazione dei propri obiettivi. Emerge qui il forte contrasto tra i partiti tradizionali curdi fondati negli anni cinquanta - come quello dell’attuale presidente della regione semi autonoma del Kurdistan Iracheno, Massoud Barzani, fortemente radicati nei luoghi e nelle società in cui sono nati e il cui progetto politico consiste nel raggiungimento dell’autodeterminazione all’interno di ciascuno stato -   e il PKK, un partito itinerante il cui progetto consiste nel reclutamento e addrestamento di giovani curdi provenienti dai quattro paesi e nel loro reinvestimento nella lotta armata o nell’attività politica in paesi diversi rispetto a quelli d’origine. Sebbene il PKK nasca in Turchia  e la sua leadership politica e militare sia stata tradizionalmente dominata dai curdi provenienti dalle province sudorientali dell’attuale Turchia, molti di coloro che hanno partecipato alla lotta armata contro l’esercito turco sono di origini diverse (Siria, Turchia, Iran e Iraq), ma tutti hanno ricevuto la stessa formazione militare e ideologica.

La natura non territoriale di questo partito emerge anche dalla sua storia e dalle storie di vita dei suoi militanti. Il PKK è nato come un partito senza sede. I suoi quartier generali sono stati spostati di volta in volta e da paese in paese sin dalla sua fondazione e si trovano sin dagli anni Novanta fino ai nostri giorni nella regione montuosa di Qandil nel nord dell’Iraq, al crocevia di quattro paesi che accolgono la popolazione curda (Turchia, Siria, Iran, Iraq). La catena montuosa di Qandi constitutisce una roccaforte naturale per il movimento e una posizione strategica per poter gestire operazioni militari e attività politiche in ciascuno di questi  paesi.  Al di là degli aspetti puramente strategici, ciò che colpisce di Qandil è il suo status di “non luogo” posto a cavallo di quattro paesi, formalmente entro i confini dell’Iraq odierno ma di fatto fuori dal controllo del governo centrale da decenni. Ciò che ha assicurato la continuità del movimento non è stato tanto il suo radicamento territoriale, che rimane pressochè inesistente, ma il reclutamento di almeno due generazioni di giovani curdi provenienti dai quattro paesi e il loro addrestamento militare e ideologico ispirato alle idee del fondatore del partito, Abdallah Ochalan. A partire dagli anni Novanta la sola àncora territoriale del movimento è costituita  proprio da queste accademie di addestramento, nelle quali le nuove reclute di diversa provenienza si incontrano, vengono formate e poi assegnate ai ruoli militari.

Nel periodo di addestramento nelle accademie di Qandil  viene messo in atto un processo di progressiva spoliazione delle reclute dalla loro origine nazionale, vista come elemento artificialmente imposto, per conseguire la riappropriazione della vera identità curda, intesa come identità transnazionale, vissuta nella lotta armata o nell’attività politica in altri paesi rispetto a quello di orgine. Molti sono gli elementi da mettere in luce in questo processo di trasformazione identitaria dei membri del PKK: non soltanto lo scardinamento delle nazionalità, che si traduce nella rinuncia ai documenti rilasciati dalle amministrazioni dei rispettivi stati di provenienza, ma anche il distacco dell’ individuo dal proprio contesto d’origine,  dalla propria famiglia e,  talvolta, addirittura dal proprio nome, con l’acquisizione di un nuovo “nome di battaglia”.

Una prima svolta verso una maggiore territorializzazione del PKK nei contesti nazionali dei quattro peasi con popolazione curda è avvenuto agli inizi del nuovo millennio. Tra il 2002 e il 2003 la leadership del PKK ha creato, nei paesi limitrofi alla Turchia, una serie di partiti politici e organizzazioni non governative o  gruppi armati, a seconda del contesto geografico e politico di ciascuno di questi paesi. Questo processo di “regionalizzazione” del PKK consisteva in un reinvestimento di quelle generazioni di combattenti nel contesto dei loro paesi di origine. Se durante gli anni Novanta il PKK aveva scelto un strategia di lotta armata con incursioni e attachi in territorio turco,  a partire dai primi anni 2000, pur mantenendo questa come priorità,  si è attivato secondo questa nuova modalità all’interno dei diversi contesti nazionali, così da apportare al movimento nuove leve e nuove fonti di  finanziamento e allargare la base di consenso popolare per le idee di Abdallah Ochalan. E’ importante  notare, tuttavia,  che il processo decisionale è sempre rimasto strettamente centralizzato nelle mani della leadership del PKK che ha continuato ad assegnare ruoli, supporto logistico e finanziario alle varie sezioni regionali. Mentre il movimento acquisiva  un carattere più territoriale, sviluppandosi all’ interno dei contesti regionali attraverso organizzazioni diverse,  i processi decisionali rimanevano dunque immutati,  così come le  priorità del movimento, che gli stessi quadri militari del PKK attivi all’ interno delle diverse organizzazioni continuavano a perseguire.

La Siria ne offre un buon esempio. Molti dei curdi siriani che avevano raggiunto il movimento negli anni Novanta, combattendo contro l’esercito turco nelle file del PKK, a partire dal 2003 sono poi divenuti figure chiave del movimento pro Ochalan in Siria, o come membri del Partito Dell’Unione Democratica (in curdo Partiya Yekîtiya Demokrat‎, PYD), o come attivisti in una serie di organizzazioni non governative a carattere civile, come per esempio l’unione femmile (Yekîtiya Star), un’organizzazione non governativa attiva in Siria a sostegno dei diritti delle donne. Queste organizzazioni civili permettevano alla leadership siriana del PKK di continuare a esercitare le proprie attività di reclutamento di giovani curdi in Siria da inviare nelle academie militari e ideologiche di Qandil, creare una piccola base di simpatizzanti del pensiero di Ochalan e quindi continuare le proprie attività aggirando le restrizioni imposte dai servizi di sicurezza del regime siriano. Sebbene queste organizzazioni regionali avessero un loro nome e simpatizzanti locali e mantenessero una certa autonomia rispetto all’organizzazione del PKK in Qandil, gli obiettivi strategici e gli aspetti decisionali più importanti rimanevano dominio dei quadri militari che avevano militato nel PKK.

Rispetto ad altri partiti curdi, il PKK godeva di alcuni vantaggi fondamentali che consistevano nella possibilità di stipulare accordi regionali su quattro paesi e mobilitare una rete di comandanti militari disposti a combattere in ognuno dei quattro paesi. Nessuno degli altri partito politici curdi, e neppure quello iracheno di Massoud Barzani, godeva di una tale capacità di agire politicamente e militarmente, sia a livello regionale che locale. All’inizio del conflitto siriano, è stata questa agilità che ha permesso al PKK di definire una strategia regionale e di implementarla a livello locale  nei quattro paesi dove già erano attivi  organismi civili e militari ad esso affiliati dal punto di vista ideologico e organizzativo.  La natura regionale del conflitto e lo sgretolamento degli stati nazione in Siria e in Iraq, così come l’incapacità delle istituzioni militari tradizionali di far fronte alle manifestazioni popolari prima e all’insurrezione armata poi hanno creato uno habitat ideale per il PKK.  

Grazie alla sua agile struttura il PKK è riscito a concludere un accordo che gli  ha permesso di avere un ruolo militare in Siria sotto lo sguardo tollerante del regime, che non avrebbe potuto sostenere una lotta armata contro i curdi nel nord della Siria mentre era sotto la pressione dell’opposizione armata sunnita. Sul piano locale,  questo accordo ha consentito la rimilitarizzazione del movimento in Siria (le cui attività sino ad allora si erano limitate alla militanza civile)  attraverso alcuni dei comandanti e delle comandanti che ne avevano fatto parte e a cui è stato assegnato il compito di formare una nuova forza armata: le Forze di Difensa Popolare (Yekîneyên Parastina Gel, YPG).

La svolta della Siria: la tentata territorializzazione del PKK

Per i comandanti del PKK ristabilire il controllo armato nel nord della Siria al confine con la Turchia era inizialmente vantaggioso perchè permettava di esercitare una forte pressione sul governo turco del Presidente Tayyip Erdogan. Il conflitto siriano ha avuto però anche  effetti imprevisti  sull’organizzazione del PKK, allentando e rendendo più labile il controllo dei comandanti di Qandil sulle filiali regionali in Siria. Nel corso del conflitto, infatti,  il PYD e la sua ala armata, lo YPG, hanno acquisito potenzialità militari e politiche inaspettate che nessuna delle organizzazioni locali del PKK, e neppure lo stesso PKK, aveva sperimentato in precedenza nelle tre decadi dalla sua fondazione e che non è riuscito a realizzare durante la ripresa delle ostilità con il governo turco dell’estate del 2015.

Se nel luglio del 2012 le forze dello YPG si limitavano a controllare alcuni edifici di città e paesi curdi al confine tra Siria e Turchia, nell’arco di tre anni queste stesse forze hanno raggiunto il controllo della quasi totalità delle province settentrionali di Hasaka e Raqqa, nonchè il fianco orientale della provincia di Aleppo. Dal settembre 2014 il sostegno americano alle forze YPG nella guerra contro lo Stato Islamico ha spinto le forze curde ben al di là delle proprie frontiere etniche, avanzando in territori popolati da minoranze e popolazione araba sunnita. Una tale estensione territoriale ha indotto una trasformazione inaspettata della filiale militare siriana dello YPG constringendola accellerare le procedure di reclutamento, che adesso è rivolto anche alla popolazione non curda. Ciò ha provocato una  modificazione significativa nella filiale regionale del PKK, che per la prima volta si è trovata costretta  a trasformare un mero controllo militare in amministrazione e a coinvolgere tra la sue nuove leve anche la popolazione locale.

Anche i processi di addrestamento per diventare comandante delle forze YPG, che prima prevedevano una lunga formazione ideologica e militare, si effettuano in tempi più ristretti e la maggior parte delle volte in accademie di recente creazione. La coscrizione obbligatoria, imposta dallo YPG in tutte le aree di popolazione curda per i ragazzi di diciotto anni, ha aggiunto una vasta massa di reclute che ricevono addrestamento militare senza necessarimente ricevere una formazione ideologica. Per citare un fatto significativo: mentre per i combattenti degli anni Novanta era proibito sposarsi o avere relazioni coniugali, all’interno delle nuove reclute YPG e dei nuovi comandanti c’è molta piu tolleranza su questo aspetto. In altre parole, alla figura del militante che impersonava i valori del movimento e li metteva in pratica nella lotta armata contro il governo turco, si è sostituita la figura del combattente contro lo stato islamico, certamente investito di una missione morale, ma sprovvisto di quel bagaglio ideologico che caratterizzava la generazione dei combattenti degli anni Novanta.

Al di là della stretta funzione militare, inoltre,  i comandanti siriani del PKK hanno dato avvio ad una serie di istituzioni locali volte ad amministrare le popolazioni dei territori controllati militarmente. Il progetto politico di stabilire un amministratzione ispirata ai principi di Ochalan nei tre cuscinetti di territorio popolati da curdi, Rojava (in curdo Kurdistan Occidentale) ha ugualmente dovuto seguire il ritmo della vasta e veloce espansione territoriale, trasformandosi recentemente nel progetto di una regione federale della Siria meridionale populata da curdi, arabi e da minoranze. Ingrandendosi, il progetto di Rojava ha dovuto integrare o contenere le realtà locali preesistenti piuttosto che mettere in atto un processo di cambiamento della società secondo il sistema di valori del PKK. Sono queste strutture sociali preesitenti che hanno trasformato il progetto iniziale del PKK portandolo sempre più ad adattarsi a fare delle concessioni sul piano ideologico per poter dar vita a un’amministrazione locale. Per fare un esempio: lo YPG è risucito a costruire un sistema di alleanze con le tribù arabe soltanto rispettando le loro gerarchie e mostrando tolleranza verso codici di comportamento, tra cui la poligamia, che il movimento considera incettabili.   

Nonostante questa evoluzione, la leadership centrale del PKK ha tentato di mantenere le redini del movimento. Per tutta la durata del conflitto, sino a oggi, il potere decisionale, nonchè la logistica e la redistribuzione del contingente militare è rimasto e rimane nelle mani dei comandanti del PKK a Qandil. Le decisioni strategiche come l’assegnazione di posti di comando, la redistribuzione degli aiuti militari, nonché il coordinamento  militare con le forze americane sono ancora gestiti da comandanti siriani che hanno una lunga esperienza nel PKK e che hanno combattutto sin dagli anni Novanta contro lo stato turco. Nonostante siano di nazionalità siriana fanno parte di quella generazione di combattenti che ha da anni abbandonato la Siria e che vi è ritornata solo di recente, dopo l’inizio del conflitto. Le uniche accademie militari e ideologiche per la formazione delle più alte posizioni di comando (come quella di comandate della regione o di comandante del fronte) rimangono a Qandil. Alle nuove leve siriane dello YPG, che hanno seguito una fomazione militare e ideologica in Siria, vengono assegnati ruoli minori come quello di comandante locale o comandante di gruppo. A volte, per far fronte alla mancanza di comandanti militari siriani formatisi a Qandil, la leadership centrale del PKK ha preferito assegnare posizioni di rilievo a comandanti iraniani o turchi con una lunga esperienza nel partito, piuttosto che rischiare di perdere il controllo della catena di comando assegnando posizioni di rilievo a comandanti siriani che hanno raggiunto il partito solo di recente.

Se dunque il conflitto e la sua internazionalizzazione hanno offerto un opportunità unica al PKK in Siria,  hanno anche mutato la natura interna dello YPG,  diluendo la sua composizione e orientando diversamente  le sue priorità rispetto a quelle originariamente stabilite dal PKK a Qandil.

La scelta di Raqqa

Le circostanze del conflitto hanno indotto la filiale siriana del PKK a sperimentare un prima territorializzazione, ad accettare tra le sue leve combattenti invece che militanti e ad operare una netta distinzione  - pur nella comune ispirazione alle idee del fondatore del PKK Abdallah Ochalan - tra il proprio progetto in Siria  e la lotta del PKK contro la Turchia. Nelle attuali circostanze, se il PKK continua a dare la priorità alla lotta armata contro la Turchia rischia di perdere l’opportunità di convertire i successi militari in garanzie politiche per il futuro dei curdi in Siria. 

Gli obiettivi del PKK in Turchia confliggono sempre più con la possibilità di consolidare il progetto di amministrazione politica in Siria. I comandanti siriani del PKK che, come abbiamo visto,  rimangono al comando della strategia politica e militare in Siria, tendono a ritenere ancora prioritari i tradizionali obiettivi strategici del PKK contro la Turchia rispetto alla possibilità di utilizzare il sostegno militare statunitense per consolidare il progetto di amministrazione nelle zone curde. Gli Stati Uniti forniscono sostegno alle forze curde con la esplicita finalità di sottrarre territori allo stato islamico e tentano di conseguire un’ulteriore avanzata militare dello YPG alla frontiera tra Siria e Turchia; i comandanti del PKK in Siria, invece, mirano esattamente al contrario, ovvero ad utilizzare il il sostegno statunitense per controllare la totalità della frontiera tra Siria e Turchia e per esercitare una maggiore pressione militare sul governo turco, così da prevenire un intervento turco in territorio curdo e permettere alle proprie forze di effettuare  incursioni in territorio turco a partire dalla Siria.

Paradossalmente, il progetto di autodeterminazione curda in Siria e la strategia del PKK in Siria appaiono quindi inversamente proporzionali. Una piena territorializzazione del PKK in Siria che confermasse  l’autonomia di quel progetto rispetto alla lotta in Turchia (non necessariamente dal punto di vista ideologico ma certamente dal punto di vista decisionale e logistico) implicherebbe la possibilità di trovare un compromesso tra PYD e altri partiti tradizionali curdi vicini politicamente al Kurdistan iracheno, il che garantirebbe una normalizzazione nella relazioni con la Turchia, la fine dell’embargo economico sulle zone curde di Siria imposto dal Kurdistan Iracheno, dalla Turchia e in parte dal regime siriano, e permetterebbe di creare un apparato amministrativo in grado di rimpiazzare quello dello stato siriano. Nonstante i vantaggi, questa evoluzione comportebbe una transizione della questione curda in Siria verso un esperimento ibrido che si troverebbe a far convivere alcuni elementi derivanti dall’esperienza politica e autonomistica del Kurdistan iracheno con altri derivanti dal pensiero di Ochalan.  

La battaglia di Raqqa, una delle più importanti città sotto il controllo dello Stato Islamico, potrebbe rappresentare il momento cruciale della scelta del PKK. L’ amministrazione americana necessita di ricorrere in modo massivo alle forze curde dello YPG per gestire l’operazione. Raqqa constituisce dunque, per la filiale siriana del PKK, l’ultima carta da giocare sul tavolo del negoziato per ottenere di inserire a pieno titolo il proprio progetto di amministrazione curda in Siria all’interno del generale negoziato diplomatico sulla Siria, dal quale sia il PKK che gli affiliati sono stati finora esclusi. In questo caso il progetto siriano del PKK potrebbe avere possibilità di consolidarsi e, almeno le regioni curde, potrebbero ottenere il riconoscimento di un certo margine di autogoverno dalla comunità internazionale, dal regime e dalle potenze regionali. Rimane aperta la  possibilità che il PKK decida di barattare la partecipazione alla battaglia di Raqqa con una maggiore espansione territoriale sul confine siriano -turco, o con una ricompensa in aiuti militari che gli permetterebbe di espandere il proprio controlli luoghi di interesse strategico per il conflitto con la Turchia come il monte Sinjar al confine tra Iraq e Siria. Nel qual caso, il PKK perderà l’opportunità storica di poter realizzare almeno in parte il suo progetto, e continuerà ad essere un partito intinerante e di frontiera.  A questo punto, la questione delle priorità strategiche del movimento si pone non più come un mero dibattito intellettuale ma come una scelta esclusiva che non lascia possibilità di ritorno.

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