Il Grande Kurdistan Resta Un’Utopia
Il Grande Kurdistan Resta Un’Utopia
How to Mitigate the Risks of Iraqi Kurdistan's Referendum
How to Mitigate the Risks of Iraqi Kurdistan's Referendum

Il Grande Kurdistan Resta Un’Utopia

1. I movimenti di protesta iniziati nel 2011 hanno provocato un cambiamento profondo negli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Oltre a rimettere in discussione le frontiere stabilite dalle potenze coloniali dopo la prima guerra mondiale, hanno indebolito la capacità dei governi centrali di mantenersi sovrani sul proprio territorio e legittimi agli occhi delle proprie popolazioni. Nel contempo, la guerra allo Stato Islamico (Is) dichiarata tra Iraq e Siria nell’estate del 2014 ha portato le potenze europee e gli Stati Uniti a fornire sostegno militare a quelle forze locali che potessero combattere e sconfiggere i militanti islamisti. La concomitanza di questi tre fattori – un assetto regionale in subbuglio, la crisi delle istituzioni statuali e il sostegno militare internazionale nella lotta contro l’Is – ha offerto ai curdi un’opportunità storica di realizzare le loro aspirazioni di autogoverno.

Il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha intensificato gli appelli all’indipendenza della regione curda nel Nord dell’Iraq, ufficialmente semiautonoma già dal 2005. Nel Nord-Est della Siria, al confine con il Kurdistan iracheno – un territorio che i curdi chiamano Rojava (Ovest in curdo), cioè parte occidentale delle zone abitate dai curdi – dal 2012 ha preso avvio un’esperienza di autogoverno.

Il processo di sgretolamento dello Stato non sembra invece coinvolgere Turchia e Iran: in Turchia, al costo di una feroce repressione interna della quale sono state vittime principali (ma non uniche) i curdi del Sud-Est; in Iran, attraverso un abile gioco di scacchi che ha reso impossibile sino a oggi una mobilitazione politica nelle zone curde.  

Quella che appare come un’opportunità storica di revisione dell’ordine stabilito sconta dunque ostacoli difficilmente sormontabili. 

Il primo è intrinseco agli assetti politici curdi: le strutture di partito costituitesi nel corso di decenni di resistenza armata contro i governi centrali trovano difficoltà ad assumere nuove funzioni e a generare o a trasformarsi in strutture di autogoverno capaci di sostituire quegli stessi governi nelle loro fondamentali funzioni amministrative. Altrettanto difficile è l’adattamento ai nuovi equilibri geopolitici. Il sostegno delle potenze occidentali alle forze curde nella lotta control l’Is, di natura strettamente militare, ha contribuito ad accrescere l’arsenale militare dei singoli partiti curdi e ha nutrito le loro aspettative, senza però fornire risposte chiare sul futuro politico della comunità curda. Le tensioni regionali tra Iran e Arabia Saudita, così come quelle tra Iran e Stati Uniti, hanno coinvolto i partiti curdi e li hanno resi parte integrante della competizione, rendendo impossibile la cooperazione (o addirittura scatenando il conflitto) tra loro per il controllo di zone geografiche confinanti. Si assiste a un divario quasi schizofrenico tra le dichiarazioni dei leader curdi e la loro effettiva capacità di governare il territorio e la popolazione, gestire i rapporti con le potenze regionali e non, trovare un’intesa che consenta la realizzazione delle loro aspirazioni.

2. I partiti curdi, come tutti i movimenti di liberazione nazionale, una volta conquistato militarmente il territorio si trovano a fare i conti con il problema di governarlo. L’esperienza di Fatõ e Õamås in Palestina presenta alcuni tratti simili a quella curda nel tortuoso percorso che vede partiti politici sviluppare alcune funzioni statali – gestione della sicurezza, amministrazione del territorio e costruzione degli organi di rappresentanza politica – prima ancora di dichiararsi Stato a tutti gli effetti.

Il Kurdistan iracheno, ad esempio, ha mosso i primi passi verso l’autonomia appoggiandosi alle strutture dei partiti curdo-iracheni. In Iraq l’esperienza di autogoverno inizia dopo la fine della prima guerra del Golfo, nel 1991, quando gli Stati Uniti impongono al regime iracheno due no-fly zones, una delle quali copre la maggior parte dei territori del Nord dell’Iraq abitati da curdi. In assenza di istituzioni statali, le strutture interne dei Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) – le loro forze di sicurezza, le loro segreterie di partito e i loro uffici locali – assumono la funzione di prime istituzioni amministrative, rispettivamente ad Arbøl e a Sulaymåniya. Sin dai primi anni Novanta, i due partiti hanno fondato istituzioni comuni, tra cui un parlamento; tuttavia, l’amministrazione delle aree d’influenza di ciascun partito è rimasta di fatto separata. La competizione intrapartitica è persino sfociata in una lotta fratricida tra membri dei due partiti durata circa tre anni, dal 1994 al 1997.

Uno sforzo più deciso di unificazione amministrativa è avvenuto in seguito all’invasione americana dell’Iraq, nel 2003. Sotto l’egida americana e in cerca di alleati nell’Iraq del dopo-Saddam, Kdp e Puk raggiunsero un accordo, formalmente sancito nel 2007, che metteva fine all’ostilità armata e redistribuiva le posizioni amministrative tra i due partiti nei ministeri del governo regionale del Kurdistan (Krg), con capoluogo Arbøl. Nel decennio seguente, i progressi verso un Kurdistan unito sono stati tangibili: i due partiti hanno sviluppato una linea comune nella loro politica verso Baghdad, hanno unificato gli organi esecutivi del governo (in particolare le forze di sicurezza peshmerga) e hanno attivato la funzione legislativa del parlamento. Le istituzioni curde hanno iniziato così ad acquisire un’identità istituzionale propria, anche se non completamente separata dagli organi di partito, che decidono ancora le assunzioni e gestiscono il pagamento degli stipendi.

La parabola positiva di crescita e rafforzamento istituzionale si è dimostrata fragile, vulnerabile alle crisi politiche interne e ai cambiamenti degli equilibri regionali. In primo luogo, la leadership dei partiti si è dimostrata un elemento chiave per la sopravvivenza delle istituzioni. Il ritiro dalla scena politica di Jalal Talabani, segretario del Puk, ha posto fine all’accordo strategico che teneva unite le sorti dei due partiti: il Kdp ha preso il sopravvento nel governo e nelle forze di sicurezza, creando un nuovo antagonismo nelle province sotto la sua influenza (Arbøl e Dahûk) rispetto a Sulaymåniyya, governata invece dal Puk e dal partito d’opposizione Gorran.

Le elezioni parlamentari del 2013 hanno rotto il tradizionale equilibrio politico tra Kdp e Puk, sancendo la supremazia del Kdp (primo partito con 38 seggi), il recesso del Puk (11 seggi persi) e l’emergere del nuovo partito d’opposizione Gorran (seconda formazione con 24 seggi). La crisi sullo scacchiere regionale scatenatasi nel 2014 ha poi acuito le differenze tra Arbøl e Sulaymåniyya: ciascun partito si è avvicinato al proprio alleato regionale – il Kdp ad Ankara e il Puk a Teheran – disimpegnandosi progressivamente dalla costruzione di istituzioni comuni. 

L’esperienza del Kurdistan iracheno, millantata come quella più vicina a realizzare il sogno di un Kurdistan indipendente, mostra che partiti politici e apparato amministrativo sono ancora strettamente legati. La separazione tra partito e Stato – passaggio fondamentale nella costruzione di uno Stato curdo – resta incompleta e le segreterie di partito svolgono di fatto la funzione di organi decisionali. Vari tentativi sono stati messi in atto per risolvere questo spinoso problema.

Un primo tentativo è consistito nel trasformare il parlamento in un organo di cooperazione tra il Kdp, il Puk e gli altri partiti curdi d’opposizione. Ma il fatto che ad oggi gli organi dell’esecutivo siano prevalentemente controllati solo dal Kdp e dal Puk rende impossibile attuare qualsiasi legislazione sgradita ai due partiti (in particolare al Kdp). Lo dimostra il fatto che nell’ottobre 2015 il parlamento si sia di fatto bloccato per l’opposizione alla proposta del Kdp di confermare Masud Barzani alla presidenza del Kurdistan iracheno dopo due mandati consecutivi.

Un secondo tentativo è consistito nell’integrare il partito d’opposizione Gorran negli organi dell’esecutivo, assegnando ai suoi esponenti cariche ministeriali di rilievo (ministeri dei Peshmerga e della Finanza) al fine di controbilanciare il peso del Kdp. Essendo un partito di recente fondazione, Gorran non disponeva dei quadri amministrativi e militari necessari a sostituire il personale legato al Puk nei ministeri. Per Gorran era di fatto impossibile portare avanti il programma di riforma che si proponeva di emancipare le istituzioni del Kurdistan dal controllo dei partiti, ma anche trovare un’alleanza con il Puk e contro il Kdp dentro gli organi centrali di governo. Malgrado la loro rivalità politica, Kdp e Puk si sono infatti alleati nel prevenire il processo di riforma avanzato da Gorran.

Un terzo tentativo è quello di costituire un blocco anti-Kdp nei consigli provinciali di Arbøl, Sulaymåniyya e Kirkûk, per controbilanciare lo strapotere del suddetto partito nell’esecutivo centrale. Questa soluzione rischia però di creare una profonda divisione tra le provincie curde e mette fine una volta per tutte all’esperimento di costituire un governo curdo unico ad Arbøl.

In questo clima di divisioni interne e di immaturità istituzionale è stato annunciato un referendum per l’indipendenza del Kurdistan. Il voto potrebbe acuire, anziché risolvere, molti di questi problemi. Un esito favorevole potrebbe acuire i contrasti e diminuire l’efficacia delle istituzioni.

3. A detta del leader curdo del Puk, Jalal Talabani, il Kurdistan turco sarebbe «come l’Egitto nel mondo arabo»: l’ago della bilancia della questione curda. Un cambiamento negli equilibri della questione curda in Turchiaavrebbe un effetto diretto sul futuro del Kurdistan, nelle sue quattro componenti. Le parole di Jalal Talabani contenevano una grande intuizione politica, manifestatasi proprio al momento della sua uscita di scena, nel 2012. 

La crisi dell’accordo strategico tra Kdp e Puk ha infatti provocato un cambiamento radicale nelle relazioni tra i due partiti e un terzo soggetto, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che sin dalla fine degli anni Settanta ha capeggiato la lotta armata in Turchia. L’accordo strategico Kdp-Puk serviva a istituzionalizzare le relazioni curde su scala regionale, consentendo al Kdp di stringere rapporti commerciali e politici con la Turchia e lasciando al Puk la gestione delle relazioni con il Pkk, il quale manteneva una base a Qandøl, catena montuosa non lontana da Sulaymåniyya. L’indebolimento ha portato il Puk, insediato a Sulaymåniyya, ad avvicinarsi al Pkk per controbilanciare lo strapotere del Kdp, insediato ad Arbøl. Negli ultimi anni il Pkk ha espanso le sue attività su tutto il territorio tradizionalmente controllato dal Puk, aprendo nuove segreterie di partito, rafforzano la cooperazione militare con i peshmerga del Puk nella lotta contro l’Is e introducendo suoi combattenti persino nel Sinãår, un territorio tradizionalmente controllato dal Kdp.

L’espansione del Pkk in Siria ha portato a una ripresa delle ostilità tra Ankara e il Pkk, il che ha ulteriormente indebolito l’asse Arbøl-Sulaymåniyya. La priorità del Kdp è diventata contrastare il crescente potere del Pkk in Siria e in Iraq, anche a costo di diventare uno strumento dell’offensiva politica e militare di Ankara contro il Pkk. Il Puk, invece, ha stretto ancor più la sua alleanza con l’Iran e si è avvicinato al Pkk nel disperato tentativo di contrastare lo strapotere del Kdp nel Kurdistan iracheno.

Il nuovo assetto delle alleanze ha indebolito fino a neutralizzarli i meccanismi di cooperazione intra-curda. Le istituzioni della Regione curda d’Iraq hanno in parte continuato a funzionare come organi amministrativi, ma non più come spazio di cooperazione politica. Dal 2013, numerosi tentativi di organizzare una conferenza dei partiti curdi sono miseramente falliti, risucchiati nella diatriba tra l’arrogante Kdp – che proponeva di assegnare la presidenza della conferenza a Masud Barzani – e l’insistente Pkk – che invece proponeva una doppia presidenza. Analogamente, nei territori curdi di Siria non si è raggiunto alcun compromesso tra i partiti siriani curdi sostenuti dal Kdp e il Partito dell’unione democratica (Pyd) vicino al Pkk. Nella primavera del 2017 le forze di sicurezza dei due partiti sono arrivate a uno scontro armato nel distretto di Sinãår, divenuto il nuovo terreno di scontro tra questi poli della politica curda.

Lo scontro del Sinãår ha segnato un punto di svolta nella questione curda. La stagione della lotta armata tra combattenti curdi, alla quale le generazioni passate hanno assisto e partecipato, ha poche possibilità di ripetersi con le stesse modalità. È verosimile che i partiti curdi entrino in conflitto armato tra loro solo sporadicamente, ma che facciano constante ricorso alle loro alleanze con le potenze esterne per sconfiggere, militarmente o politicamente, i propri rivali. Un esempio di questa tendenza lo fornisce l’inazione del Kdp di fronte ai bombardamenti di Ankara contro il Pkk e le sue filiali in Turchia e Siria. Il Pkk ha dimostrato un atteggiamento simile, tollerando (talvolta agevolando) gli sforzi degli alleati di Teheran volti a isolare militarmente il Kdp.

In Iraq, il Kdp e il Puk sono riusciti a dispiegare le loro forze di sicurezza su quei territori a lungo contesi con il governo centrale di Baghdad; i membri delle segreterie di partito sono ancora al potere, sostenuti da accordi economici e militari con Ankara e Teheran che permettono loro di sostenere la spesa dell’impiego pubblico e di mantenere la sicurezza nei loro feudi. In modo simile, in Siria il Pyd è riuscito a espandere il controllo militare su tutte le zone curde, e anche oltre, sopravvivendo all’embargo imposto dalla Turchia e dal Kdp anche grazie a un’alleanza strumentale con il regime di Damasco. Kdp, Puk e forze militari vicine al Pyd hanno inoltre tentato di assicurarsi il sostegno militare della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, con l’obiettivo di trasformare le vittorie militari in capitale politico per consolidare le relazioni diplomatiche con l’Occidente.

L’intento dominante che ha guidato l’azione dei partiti curdi è stato dunque quello di sfruttare al massimo un’occasione storica di cambiamento gepolitico per accumulare le risorse necessarie a consolidare le loro rispettive aree d’influenza. Procedendo in modo scoordinato e privilegiando gli obiettivi di partito rispetto alla causa generale, questa strategia rischia di fallire. Le potenze regionali tendono infatti a prendere il sopravvento, trasformando gli alleati curdi in pedine da usare strumentalmente contro le potenze rivali o per neutralizzare altri soggetti curdi. I partiti curdi hanno ottenuto un arsenale militare ragguardevole, ma non si sono assicurati il sostegno dei membri della coalizione anti-Is al progetto di uno Stato curdo in Iraq o di una regione curda in Siria.

Il sostegno occidentale alle forze curde nella battaglia contro l’Is in Iraq e in Siria rischia di alimentare ulteriormente questa tendenza. Gli Stati Uniti e altri paesi della coalizione hanno infatti preferito fornire sostegno militare separatamente a ciascuno dei partiti curdi, senza formulare una strategia politica che prevenga la pericolosa trasformazione dei partiti curdi in pedine delle potenze regionali. In Iraq il sostegno militare è stato gestito attraverso un apposito ministero dei Peshmerga che unisce forze del Kdp e del Puk, ma di fatto è stato poi ripartito tra le diverse figure di partito generando varie forze di sicurezza, ciascuna facente capo a un leader politico. In Siria la coalizione ha sostenuto le forze di sicurezza del Pyd, il che ha contribuito a inasprire la rivalità tra Pkk e Kdp.

Sebbene ciascuno dei partiti abbia accumulato risorse militari ed economiche, la dipendenza dalle potenze regionali e la natura strettamente militare della relazione con l’Occidente ostacola il progetto di autogoverno. Si profila piuttosto un sistema territoriale di tipo feudale, dominato da strutture di partito dipendenti da potenze esterne e rivali, quindi inclini ad affrontarsi e non a cooperare in nome dell’unità curda.

Questa tendenza è gia visibile nell’attuale assetto geopolitico. Il Kdp controlla Dahûk, una provincia del Kurdistan iracheno confinante con le regioni curde dell’Est della Siria (Rojava) controllate del Pyd. Applicando una politica simile alla Turchia, dal 2015 il Kdp ha chiuso a intermittenza le proprie frontiere con il Rojava per impedire l’esclusivo controllo del Pyd e del Pkk su queste zone, accrescendo così la dipendenza dei due partiti da Damasco. Intanto, sia nelle zone controllate dal Kdp sia in quelle sotto il controllo delle forze vicine al Pyd la popolazione curda è tenuta sotto stretto controllo, per impedire il formarsi di gruppi di opposizione. Così facendo, i partiti curdi sembrano riprodurre alcune pratiche di quei governi centrali contro cui hanno tanto combattutto, diventando strumenti di controllo delle loro popolazioni e quindi, paradossalmente, finendo per costituire il più grande ostacolo alla costruzione di uno Stato o comunque di un’unità curda.

Iraqi Kurds fly Kurdish flags during an event to urge people to vote in the upcoming independence referendum in Erbil, the capital of the autonomous Kurdish region of northern Iraq, on 15 September 2017. AFP/Safin Hamed

How to Mitigate the Risks of Iraqi Kurdistan's Referendum

A century-long quest for an independent Kurdistan has encouraged Iraqi Kurds to exploit Iraq’s ongoing crises and schedule a referendum on 25 September 2017. But the referendum is more a reflection of Iraq’s disorder than the Kurds’ readiness for statehood, and the vote’s outcome could exacerbate internal and regional tensions.

On 25 September, barring a last-minute postponement, the Iraqi Kurdistan region will hold an independence referendum. Voters will be asked whether they want “the Kurdistan region and the Kurdish areas outside the region’s administration to become an independent state”. The referendum cannot turn Kurdistan into an independent state, regardless of turnout and outcome, because the vote is merely consultative and legally non-binding. Still, the situation presents serious risks, both if the referendum is held and if the price paid to delay it is too high.

On the ground, the day after the referendum likely will look very much like the day before. Iraqi Kurdistan’s legal status will not change, and Kurdish officials probably will retain their posts in the central government in Baghdad, including Iraqi President Fuad Masoum. Motivations for holding the referendum have more to do with internal Kurdish politics and longer-term relations with Baghdad than with immediate national Kurdish aspirations.

For those driving the referendum, namely the president of the Kurdistan region Masoud Barzani and his party, the Kurdistan Democratic Party (KDP), the most immediate objective is not so much to move quickly toward a declaration of independence, but rather to shore up their own political fortunes within Iraqi Kurdistan and its chief city of Erbil. By adopting an assertive nationalist stance, they hope to silence dissent and force opponents to fall in line. Moreover, by extending the referendum to so-called “disputed territories”, a term that defines areas outside the Kurdistan region over which Baghdad and Erbil advance competing claims, the Kurdish leadership aims to strengthen its case for annexing these areas, provided they achieve a resounding yes-vote there.

[T]he referendum is less a reflection of steady, historical progress toward a Kurdish state than of the crises surrounding Iraq.

But political consequences of the vote, intended and unintended, nonetheless could be profound. Once the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS) is defeated, key aspects of Iraq’s power structure once more will be up for re-negotiation. This includes the question of de-centralisation of authority, the organisation and deployment of security forces, the internal balance of power within the Shiite majority and the state of U.S.-Iran competition for influence in the country. By calling the referendum, Barzani is tossing a stone into an already troubled pond.

Old Actors, New Realities

The impact already is visible. Iraqi Prime Minister Hayder Abadi, who thus far had urged accommodation with Erbil, has felt compelled to move toward a more hard-line position. His government has declared the referendum non-constitutional and, despite lacking the legal authority to do so, the Iraqi parliament voted to depose the governor of Kirkuk, a staunch referendum proponent from an area that is especially contested and volatile. Kurdish lawmakers walked out of the session, giving a taste of how the referendum issue may quickly lead to a breakdown of the political process. Abadi is under pressure from Shiite factions close to Iran who could well use the vote to undermine his leadership, posing as the real defenders of Iraqi unity against Kurdish claims. That may help them win over Sunnis living in the disputed areas, but it also could provoke clashes between the armed factions they control and the KDP peshmerga during or after the vote.

There are regional consequences too. Turkey and Iran, both neighbours of Iraqi Kurdistan, have voiced strong opposition to the referendum and warned of dire consequences. For now however, their actions do not seem to be truly aimed at preventing the vote. Ankara and Tehran appear confident that they possess sufficient leverage over leading figures in the KDP and its rival, the Patriotic Union of Kurdistan (PUK), to prevent Iraqi Kurdistan from becoming a fully independent state, irrespective of the vote’s outcome. These Kurdish politicians rely on Turkey and Iran for support, and their dependency will only increase if the referendum provokes an escalation with Baghdad.

Turkey and Iran appear to be waiting to see the effects of the referendum on Iraqi and regional politics to become clearer before making more decisive moves. If, by pushing through the referendum despite strong international opposition, the KDP ends up increasingly isolated, Turkey may seek to exploit the vulnerability of its Kurdish partner to consolidate its foothold in Dohuk and the Ninewa plain, in north-western Iraq. This area is of strategic importance to Ankara because it borders eastern Syria, now dominated by a movement it regards as a dangerous foe, the Democratic Union Party (PYD). This is the Syrian affiliate of the Kurdistan Workers’ Party (PKK), which has fought a three-decade long insurgency against Ankara.

A postponement of the referendum would be the best case scenario, but not at any price.

For its part, Iran may see the referendum as an opportunity to strengthen its position in Baghdad and north-eastern Iraq. Deteriorating relations between Erbil and Baghdad almost certainly would strengthen the Iran-affiliated Shiite factions at Abadi’s and his government’s expense. Tehran also could seek to bolster its Iraqi allies’ influence and leverage over Sunni Arabs who live in the disputed territories and fear Kurdish encroachment, as well as over those PUK members who oppose KDP policies.

Postponement Scenarios

In this context, voices urging Barzani to at least postpone the vote have been loud, clear and eclectic. The assortment of countries includes the U.S., its Western allies, Turkey and Iran, as well as the UN. Barzani has responded by saying he could only delay the referendum if the Kurds were to receive international guarantees that independence negotiations with Baghdad will begin. This almost certainly is a bridge too far even for his closest Western partners. At present, talks are ongoing regarding whether Barzani might accept some lesser, vaguer version allowing him to walk back without losing face while avoiding the provocation of Baghdad.

A postponement of the referendum would be the best case scenario, but not at any price. In their desperation to halt the referendum, international actors – the U.S. prime among them – should tread carefully and avoid paying a price they may come to regret later. Some commitments make sense, such as support for immediate resumption of Erbil-Baghdad negotiations on the full range of issues that divide them. Others would be more fraught, such as any commitment affecting the status of Kirkuk or the disputed territories, or blind support for a referendum to be held by a certain date if talks with Baghdad fail, regardless of whether that referendum is to be conducted in Kirkuk or the disputed territories. In other words, kicking the can down the road makes sense, but not in any direction. Otherwise, the cost of postponement could well turn out to be heftier in the long run than the cost of the referendum itself.

If the referendum proceeds as planned, tensions are likely to rise along with the temptation to penalise Erbil.

Some guidelines should be followed under both scenarios of postponement or non- postponement. If the vote is delayed, the time gained should be used for active mediation by Iraq’s and the Kurds’ partners to de-escalate the situation and press Baghdad and Erbil to negotiate in good faith modifications to the legal framework governing their relations.

If the referendum proceeds as planned, tensions are likely to rise along with the temptation to penalise Erbil. But the smarter course for Baghdad, as well as regional and international actors, would be to downplay the event and virtually ignore it. Unless Barzani takes the next, far more perilous step of seeking to move unilaterally toward independence, the referendum’s value will diminish over time as nothing on the ground will change and nor will the status of the Kurdistan region. Handled properly as essentially a non-event, the referendum might not have overly damaging consequences.

Effective Self-reliance

For Kurds, this could well come as a bitter disappointment. Many read their history as a struggle following a linear path toward statehood. In reality, the national Kurdish struggle in Iraq has been less linear than uneven, a function of the status of the central state. Whenever the regime in Baghdad has been threatened, it has either brutally repressed its Kurdish peripheries or largely withdrawn from these areas, allowing Kurdish parties to perform basic governance and local security functions while resisting their attempts to gain full autonomy. This occurred after the defeat of Saddam Hussein in the 1991 Gulf War and after his ouster in 2003. Today’s developments reflect the weakening of the central state in the face of ISIS.

In this sense, the referendum is less a reflection of steady, historical progress toward a Kurdish state than of the crises surrounding Iraq. It is less a demonstration that a Kurdish state can stand on its own than a by-product of the Iraqi state’s current weakness and of a region in turmoil. Regardless of their future status, the priority for Iraqi Kurds should be to put their own house in order rather than seeking to exploit surrounding regional disorder, to which they would then inevitably be vulnerable.

In short, the Kurdish political parties that led the national struggle over the last century now face the challenge of transferring their power and authority to Kurdish institutions. The key lies in renewing the leadership of the two historical Kurdish parties, the KDP and PUK, to empower a new generation of Kurdish leaders who, their party affiliation aside, can prioritise nurturing a professional bureaucracy and security forces. By doing so, they could turn the Kurdish region into a more effective, self-reliant entity, which would serve them well regardless of any future dispensation on legal status. In the same spirit, they also should avoid triggering conflict with Baghdad and Iraq’s non-Kurdish communities. This applies especially to the question of the boundary separating the Kurdish region from the rest of Iraq. The status of the “disputed territories” must be negotiated as it cannot be imposed by either side. Equally important, Kurdish leaders should propose a vision for Iraqi Kurdistan which all political movements and non-Kurdish minorities alike can share.

A compact, formatted PDF of this commentary can be downloaded here. 

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