La fragile tregua libanese e i tormenti di Israele
La fragile tregua libanese e i tormenti di Israele

La fragile tregua libanese e i tormenti di Israele

Sul fronte libanese, le prospettive non sono affatto buone. Hezbollah ha resistito al di là di ogni aspettativa (o timore), sparando una marea di missili in profondità nel territorio israeliano, costringendo centinaia di migliaia di civili a spostarsi a sud, o scendere nei rifugi. Si è giunti a una fragile tregua, ma pochi in Israele la considerano soddisfacente e ancor meno sono coloro che si aspettano che verrà rispettata. Il primo ministro Ehud Olmert, che aveva annunciato la prossima distruzione di Hezbollah, era solo riuscito a definire la propria vittoria in termini che garantivano invece la sconfitta. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che si era pubblicamente prefisso lo scopo di resistere al massacro, aveva parlato di successo in modo tale da rendere impossibile la sconfitta.

Una guerra scatenata per riaffermare il potere di deterrenza di Israele e indebolire l´immagine di Hezbollah ha in effetti eroso la credibilità del primo e senza volerlo ha aumentato la popolarità del secondo.

Per Israele, il costo politico è egualmente alto. Aspre recriminazioni e accuse sulla condotta della campagna libanese, il suo scopo e i suoi esiti, si sono fatte sentire più presto del solito, persino prima che si fosse sparato l´ultimo colpo. Di fronte a razzi lanciati da due regioni da cui Israele si era ritirato, il piano Olmert di disimpegno unilaterale da alcune parti della striscia di Gaza è ormai in coma, per dirla con un eufemismo. E non pare abbia piani alternativi. Fino a oggi, ha escluso negoziati di pace con la Siria e rifiuta il dialogo con Hamas fino a quando il movimento non avrà annunciato una improbabile conversione ideologica. In Cisgiordania e a Gaza il risentimento si fa sentire, ma il piano israeliano e occidentale di tagliare ogni finanziamento all´autorità palestinese e ogni aiuto a una popolazione affamata, nella speranza che si ribelli contro Hamas, costringendolo a cambiare rotta, non ha chiaramente funzionato. In Libano, il meglio che Israele può fare è starsene lontano e sperare che i politici libanesi e l´opinione pubblica riescano a minare la credibilità di Hezbollah meglio di quanto non abbia fatto il suo esercito. Una guerra che Israele ha combattuto senza uno scopo ben definito ha lasciato il paese privo di un qualunque risultato tangibile. Non è stata una buona estate per Israele.

Non che sia andata meglio agli altri. Hamas si regge ancora, ma la sua posizione traballa. Il movimento non era pronto a vincere le elezioni, e men che pronto per quanto è seguito. Il suo governo è stato lasciato a secco, perché Israele trattiene le tasse che riscuote a nome dell´Autorità Palestinese, e Stati Uniti e Unione Europea insistono affinché Hamas accetti tre condizioni preliminari û riconoscimento di Israele, rinuncia alla violenza, accettazione degli accordi già firmati û prima di riprendere a erogare gli aiuti. Per il momento l´annuncio di un governo di unità nazionale non sembra risolvere la questione, visto che Hamas insiste sul suo rifiuto di riconoscere Israele.

A dar retta alla tesi secondo cui il potere genera pragmatismo, molti si aspettavano che Hamas si adattasse alla situazione e che in un modo o nell´altro facesse capire di essere pronto a negoziare con Israele sulla base di una soluzione fondata su due stati sovrani. Quei molti ancora aspettano. Hamas e il nuovo governo si sono mostrati molto loquaci, contraddicendo tuttavia giorno dopo giorno le aperture del giorno prima. Il cessate il fuoco unilaterale osservato per circa un anno è finito con la cattura del soldato israeliano e i lanci di razzi Qassam dalla striscia di Gaza contro Israele. Coloro che erano convinti che Hamas stesse nascondendo le proprie posizioni oltranziste sotto un diluvio di parole hanno avuto le conferme che attendevano.

L´attenzione si è ultimamente concentrata sul Libano, ma le sofferenze dei palestinesi non sono affatto diminuite. Dopo la cattura di un soldato israeliano, il 25 giugno, le forze armate israeliane hanno ucciso decine di palestinesi, distrutto infrastrutture vitali, incarcerato oltre trenta ministri e parlamentari di Hamas, e isolato l´area dal resto del mondo. Esprimendo la propria frustrazione dinanzi all´impotenza internazionale, il primo ministro Ismail Haniyeh e altri leader di Hamas hanno surrettiziamente ammonito che potrebbero anche sciogliere l´Autorità Palestinese. Il presidente dell´Autorità non governa più, il governo neppure, e l´anarchia dilaga. Come può la popolazione palestinese decidere alcunché?

Quanto a Hezbollah, si tratta di una stranezza sulla scena araba. Si dimostra molto efficace nelle azioni û anche quelle per noi più repellenti û e relativamente sobrio nelle dichiarazioni. Ha dato prova di capacità militari e di competenza sul piano dell´azione sociale. Il mondo conosce i militanti di Hezbollah per i loro violenti attacchi e i lanci giornalieri di razzi, ma molti sciiti libanesi apprezzano il loro pragmatico, giornaliero agire sul piano dei programmi sociali. È un movimento profondamente pragmatico e al tempo stesso profondamente ideologico, sorretto da una fede senza compromessi. Sciiti in una regione a gran maggioranza sunnita, gli hezbollah sono rimasti fedeli alla loro base settaria in Libano, proponendosi tuttavia come interlocutore capace di dialogare con tutte le fazioni del mondo arabo. È da un lato un movimento nazionale libanese intento a provare di essere l´unico baluardo credibile per la sicurezza di tutti, pur restando una realtà regionale, con forti legami con la Siria e soprattutto, per ragioni ideologiche e logistiche, con l´Iran. Il colpo messo a segno da Hezbollah è stato di impiantare un programma islamico rivoluzionario in Libano, traendo vantaggio da un sistema politico frammentato secondo linee religiose e da una tragica guerra civile.

Prima e meglio di Hamas, Hezbollah ha tenuto in equilibrio le necessità della partecipazione alla vita politica e la sua determinazione a intraprendere azioni violente. In una regione in cui i leader non mancano di fiato con cui scandire proclami, ha dato prova di fare quel che dice di voler fare. Uno degli aspetti più stridenti del recente conflitto è stato il contrasto tra le dissezioni quasi cliniche della guerra proposte da Hassan Nasrallah, capo militare di un´organizzazione estremista islamica, e i proclami spesso grandiosi, se non iperbolici di Ehud Olmert, leader civile di uno stato democratico.

Hezbollah aveva proclamato il 2006 l´anno della liberazione degli ultimi prigionieri libanesi detenuti in Israele: per molti mesi Nasrallah aveva dichiarato pubblicamente la propria intenzione di catturare dei soldati israeliani per procedere a uno scambio di prigionieri. Per lui, si trattava solo di mantenere le promesse. La quasi simultanea cattura di un soldato israeliano da parte di Hamas e la dura risposta che ne è seguita hanno offerto un altro vantaggio. Hezbollah è riuscito a riaffermare la propria identità arabo-islamica, trascendendo le proprie origini sia libanesi sia sciite. Sin dall´inizio ha insistito nel chiedere che lo scambio includesse anche prigionieri palestinesi, dimostrando di essere la sola forza del mondo arabo a scendere in campo per difendere i palestinesi.

Per Israele, la guerra è stato un duro risveglio. Si sono offerte molte spiegazioni, strategiche, tattiche, politiche. Eppure, non molto tempo fa, ritirandosi da Gaza, Ariel Sharon aveva messo a tacere l´opinione pubblica internazionale, si era guadagnato un riconoscimento unanime, e aveva annunciato ulteriori ritiri. Oggi, gli israeliani hanno difficoltà persino ad accennare a quelle promesse. Il disimpegno unilaterale, l´idea alla base della creazione del partito Kadima e dell´ascesa al potere di Olmert, è una cosa del passato. Sotto shock per quanto è successo, gli Israeliani stanno abbandonando l´idea di un ritiro dalla Cisgiordania; incapaci di vedere un´alternativa, non sono ancora in grado di disegnare la direzione da prendere.

President of the European Commission Ursula von der Leyen is welcomed by Palestinian Prime Minister Mohammad Shtayyeh in Ramallah, in the Israeli-occupied West Bank June 14, 2022. Mohamad Torokman / REUTERS

Realigning European Policy toward Palestine with Ground Realities

Events in 2021 – particularly the Gaza war – put in sharp relief how much Europe’s policy toward the Israeli-Palestinian conflict needs a refresh. The European Union and its member states should use the levers they have to push for their stated goal of a peaceful resolution. 

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