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Cosa dovrebbe fare Ecowas nell’Africa occidentale
Cosa dovrebbe fare Ecowas nell’Africa occidentale
Boko Haram is losing ground – but will not be defeated by weapons alone
Boko Haram is losing ground – but will not be defeated by weapons alone
Op-Ed / Africa

Cosa dovrebbe fare Ecowas nell’Africa occidentale

Originally published in Formiche

Il 4 giugno scorso, capi di Stato e di governo della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) si sono riuniti a Dakar. In conformità con le attuali evoluzioni, l’ordine del giorno della 49esima conferenza dell’organizzazione si è caratterizzato per l’ampia presenza di questioni politiche, piuttosto che di problematiche legate allo sviluppo economico. Inoltre, più che sull’esame di situazioni nazionali di Paesi come il Burkina Faso, il Mali o la Guinea Bissau, le discussioni si sono concentrate su temi transnazionali come la lotta al terrorismo o ai conflitti tra gli allevatori, che costituiscono ormai delle nuove minacce per la sicurezza dell’Africa occidentale. Affrontare queste nuove sfide richiede una riforma radicale da parte dell’Ecowas.

Al momento della sua costituzione, nel 1975, l’Ecowas era una comunità di 15 Stati dai profili politici, linguistici ed economici moto diversi. Il suo mandato iniziale prevedeva in linea generale la promozione e il supporto dell’integrazione economica regionale. Ma dall’inizio degli anni 90 il suo ruolo è divenuto sempre più politico e le sue azioni si sono orientate verso la promozione della pace e della sicurezza regionale, premessa per lo stimolo delle economie africane occidentali. Composta da Stati fragili che non hanno ancora portato avanti programmi di stabilizzazione politica, l’Ecowas ha dovuto affrontare una serie di crisi che l’hanno costretta a giocare il ruolo di pompiere nei Paesi membri. E se nel dominio della sicurezza le si possono riconoscere alcuni successi – come ad esempio in Guinea Bissau – l’organizzazione ha anche dimostrato delle debolezze evidenti che giustificano la necessità di una riforma istituzionale profonda e di un cambiamento culturale.

Intaccata da crisi politiche e militari interne – come quelle che si sono sviluppate in Liberia a partire da dicembre 1989 – l’Ecowas si trova ormai di fronte delle crisi molto più complesse, che tendono a oltrepassare i confini degli Stati e delle regioni. È questo il caso della crisi del Sahel e di quella del bacino del lago Chad, due focolai di conflitto che vanno oltre il proprio ambito geografico e sui quali l’organizzazione ha difficoltà a mantenere la propria efficacia. Nel Sahel, infatti, l’Ecowas non ha le giuste dotazioni per lottare contro la criminalità transnazionale, elemento rilevante di una crisi multidimensionale. Sarà difficile pacificare l’area senza gli strumenti adeguati, tra cui rientra tra l’altro l’esigenza della rapida creazione di un centro di lotta contro il crimine organizzato, inteso nel senso largo del termine e comprendente anche le attività terroristiche e il traffico di droga, persone e armi.

Vista la mancanza di un quadro legale comune tra l’Ecowas e la Comunità economica degli stati dell’Africa centrale (Eccas) è difficile agire, ad esempio, nei confronti di Boko Haram, fenomeno che tra l’altro sta duramente colpendo Paesi membri dell’Eccas, Camerun e Ciad. Per rinforzare la sua azione contro il gruppo terroristico, l’Ecowas ha innanzitutto bisogno di investire nella sua conoscenza dei vicini, soprattutto in Africa centrale, ma anche nell’Africa del nord, territori di lancio di movimenti criminali e violenti. Inoltre, dovrebbe invitare le altre comunità economiche regionali in Africa e l’Unione africana a stabilire rapidamente un quadro permanente per la cooperazione in materia di terrorismo e traffico illecito.

Più in generale, quindi, l’intervento di Ecowas ha rilevato nel corso degli ultimi anni l’assenza di mezzi militari e capacità di mobilitazione diplomatica. In altre parole, l’Ecowas ha grandi difficoltà a intervenire in contesti conflittuali aperti, come quello del Mali, sia che si tratti di prevenire questo genere di conflitti sia di affrontarli. L’organizzazione deve fissare nuovi obiettivi e dotarsi di nuovi mezzi d’azione. Al di là di una cooperazione regionale e continentale già invocata, l’Ecowas dovrà procedere a un riesame di tutti gli aspetti attuali della sua forza coercitiva, il braccio armato succeduto all’Ecomog nel 2004 (Ecomog era una forza multilaterale armata dell’Africa occidentale, istituita dall’Ecowas nel 1981, ndr). Questo ha a che fare non solo con la dottrina e le procedure operative, ma anche con il finanziamento, sapendo che questa forza soffre di mancanze ricorrenti di mezzi.

Parallelamente, l’Ecowas ha necessità di sviluppare una diplomazia attiva e coerente e di esprimersi con una voce sola; deve convincere gli Stati membri della necessità di fare della diplomazia regionale un sostituto per quella nazionale, quest’ultima indebolita da evidenti carenze finanziarie. Non può esistere un’organizzazione regionale forte senza un Paese leader. In questo senso la Nigeria, con il suo peso economico e demografico, è il più adatto a giocare il ruolo di motore della riforma. Il Paese rappresenta il 77% del prodotto interno lordo di Ecowas e, come tale, è sicuramente il più in grado di fornire risorse finanziarie per portare avanti operazioni di peace building e di peace enforcement. La Nigeria, gigante continentale che negli anni spera di poter svolgere un ruolo sempre più attivo in seno alle Nazioni Unite, deve lavorare per rinnovare la propria diplomazia e fare della rivitalizzazione dell’Ecowas un’asse essenziale di questo nuovo soft power.

Op-Ed / Africa

Boko Haram is losing ground – but will not be defeated by weapons alone

Originally published in The Guardian

Leaders meeting at the Lake Chad basin summit must battle the region’s humanitarian and development needs to combat the insurgency

Nigeria has scored important successes against Boko Haram. The military campaign that President Muhammadu Buhari launched after his election last year is stronger and better coordinated. The insurgency is now less of a military threat, after seven years of conflict that have killed tens of thousands of people, uprooted millions, damaged local economies and cross-border trade, and spread to the Lake Chad basin states of Cameroon, Chad and Niger. 

However, as regional states and their international partners gather in Abuja on Saturday to discuss their strategy, Boko Haram remains a major security challenge requiring a coordinated response. It may prove tough to eradicate, and the toughest challenge remains: to dry up its pool of recruits through better development and governance.

The jihadist group has in recent months carried out fewer attacks, has chosen softer targets like remote villages and refugee camps, and has had less success. This is a dramatic departure from December 2013, when hundreds of fighters overran a Nigerian air force base in the Borno state capital, Maiduguri. Additionally Boko Haram has produced fewer statements and videos since the end of 2015, and no credible proof in over a year that its leader, Abubakar Shekau, is alive.

Cameroon, Chad, Niger and Nigeria have targeted the group’s criminal racketeering or direct participation in certain businesses. It has difficulties levying tolls since trade has dried up. The regional pushback has forced Boko Haram to change tactics. It can still mount occasional large-scale attacks, such as its mid-April counter-offensive against Nigeria’s 113th battalion in northern Kareto.

But increasingly denied territorial control, its mobile guerrillas are using terrorist tactics as proof of their continued existence, as in a suicide bombing attack on a government compound in Maiduguri that killed at least four people on Thursday. Boko Haram may be becoming more like other regional jihadist groups, such as al-Qaida in the Islamic Maghreb (AQIM), that are not attached to a specific area.

Structural challenges make it hard to root out Boko Haram: massive, oil income-fed corruption; chronic bureaucratic mismanagement; growing pressure on natural resources; deepening poverty since the 1990s; northern Muslim elite manipulation of religious sentiment; a history of violence; and the fundamental dysfunction of Nigeria’s federal structure.

A new study of ex-Boko Haram fighters’ attitudes notes that “about half of former members said their communities at some time generally supported Boko Haram, believing it would help bring about a change in government”. Moreover, there are still many troubling reports by human rights NGOs. A culture of impunity remains too often unchallenged and counter-insurgency often remains too crudely oblivious of the rule of law.

A sclerotic patriarchal social system is also to blame. Some rural youths lose hope as they are forced to delay marriage and formal adulthood. Access to brides, via coercion or otherwise, seems an important attraction to Boko Haram. Outside analysis has usually centred, understandably, on the plight of female captives and girls used as suicide bombers. A recent study notes however that for some, particularly young women, the group offered access to Islamic education and an escape from inflexible, paternalistic social structures.

The stifling of the region’s economies both weakens Boko Haram’s resource base and also deepens desperation. Nearly half of the 20 million people living in the Lake Chad basin need more food; more than 50,000 people in Nigeria’s Borno state are critically food insecure. There are now 2.8 million displaced persons in the region, about 200,000 of them refugees, fleeing a war that has killed at least 28,000 people since 2011 in Nigeria alone.

The Abuja regional security summit is a major opportunity for Nigeria, its Lake Chad basin neighbours and their international partners, notably the EU, US, France and the UK, to consolidate regional and wider international cooperation.

More aid, both humanitarian and developmental, is needed, with priority on establishing local security to allow a lasting return of IDPs and refugees to rebuild local economies. The rehabilitation of populations that lived under Boko Haram, willingly or not, should also be thought through.

Nigeria and its neighbours should consider building on recent initiatives to reintegrate into the mainstream ex-Boko Haram combatants who are not ideologically violent extremists or war criminals; improve the rule of law; and end controversial and counter-productive state counter-insurgency tactics. The same goes for the use of regional vigilante groups, which could exacerbate local, communal violence. The Nigerian government should accelerate the expansion of crucial basic services like education and health to the marginalised peripheries of the country.

All this may all help reduce the appeal of Boko Haram to individuals. But the Lake Chad states should not too quickly proclaim “mission accomplished”. Boko Haram is losing ground, resources and fighters, but defeating the group and preventing the spread of its terrorist attacks to new areas needs more than military success.