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L'Iraq dopo Mosul: unità cercasi ma è rischio frammentazione
L'Iraq dopo Mosul: unità cercasi ma è rischio frammentazione
Reconciling Iraq's Hard Realities
Reconciling Iraq's Hard Realities

L'Iraq dopo Mosul: unità cercasi ma è rischio frammentazione

Una nuova pagina della storia contemporanea dell’Iraq si apre con l’annuncio della liberazione di Mosul, ultima roccaforte dello Stato islamico (IS) nel paese. Tuttavia, ciò che rende questo momento un punto di svolta non è tanto la vittoria militare della coalizione, quanto il fatto che esso rappresenta la fine di un capitolo di storia istituzionale durato circa un decennio: quello dell’Iraq post-invasione americana. Molti dei temi affrontati in questo dossier dedicato alla liberazione di Mosul riguardano aspetti particolari di tale trasformazione, nel tentativo di indagare il tortuoso percorso della ricostruzione, la frammentazione delle forze di sicurezza e della politica interna a Baghdad, così come gli sforzi per mantenere unito l’Iraq nonostante le divisioni interne e le pressioni dei paesi limitrofi. Il filo conduttore del dossier è stato il tentativo di descrivere il profondo cambiamento delle strutture di potere in Iraq, lo sgretolarsi di quell’ordine politico costituitosi dopo l’invasione degli Stati Uniti nel 2003 e il passaggio, lento ma già percepibile, verso un nuovo ordine politico che ha preso forma negli anni della battaglia contro IS.

Quali sono dunque le chiavi dell’Iraq dopo Mosul? Trasformazioni profonde sono avvenute almeno su tre livelli. Il primo – e fondamentale – è costituito dalla crisi della politica irachena, che si manifesta nella difficile coesistenza tra una classe politica ormai in declino, arrivata al potere dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, e le nuove figure emergenti dal conflitto contro IS. Un secondo aspetto è rappresentato dall’affermarsi di reti di potere informale, che si affiancano alle istituzioni dello stato, talvolta sostituendole. Infine, si va delineando una nuova relazione tra stato centrale e territorio e nuove modalità con cui il nucleo del potere centrale descritto sopra – vecchie e nuove figure politiche, reti informali e reti istituzionali – tenta di affermare il suo controllo sul territorio. In altre parole, si tratterà di identificare gli attori e le modalità attraverso le quali il potere verrà effettivamente esercitato in Iraq dopo la ripresa di Mosul. 

Il successo militare di IS, spesso descritto come un fenomeno improvviso, è invece il risultato di un processo, durato almeno un decennio, di svuotamento delle strutture statuali irachene. Dal 2003 in poi, il principio di rappresentanza su base religiosa o etnica, così come quello della decentralizzazione del potere, è servito solo a legittimare la costruzione di una rete clientelare che non è riuscita né a consolidarsi come stato patrimoniale né a porre le fondamenta di uno stato anche solo minimamente funzionante. La gestione della spesa ministeriale e dell’impiego pubblico ha permesso ai vari ministri di accumulare risorse economiche e sostegno politico, consolidando una rete clientelare che ha consentito loro di essere rieletti per più legislature. Ciò che permetteva alla stato centrale di esercitare la sua sovranità non erano le istituzioni pubbliche attraverso le loro articolazioni periferiche, ma le reti clientelari legate alle diverse personalità politiche che da Baghdad dispiegavano la loro influenza su tutto il territorio.

Per circa un decennio il potere si è dipanato attraverso queste reti. Infiltratesi come una metastasi all’interno dell’intera macchina dello stato iracheno, esse ne hanno innervato le istituzioni, sfruttando la loro legittimità e profittando delle risorse pubbliche fino a svuotarle progressivamente delle loro funzioni fondamentali, in primo luogo quella di garantire la sicurezza e la difesa delle frontiere.  Il settore della sicurezza costituisce un esempio particolarmente efficace di questa dinamica di “svuotamento dello stato”: infatti, nonostante sussistessero formalmente sia la polizia sia l’esercito, la loro reale funzione era quella di sostenere la rete clientelare di militari legati all’allora primo ministro Nouri al-Maliki. 

Lo “Stato islamico”, come definito dai militanti jihadisti, sorge inoltre dal fallimento del progetto americano: la promozione del modello democratico e dei suoi meccanismi operativi è paradossalmente servita solo a indebolire la precedente struttura funzionale dello stato iracheno portandolo sino all’orlo del completo fallimento, simbolicamente culminato con la presa di Mosul.

La battaglia contro IS è servita da incubatore della trasformazione dal vecchio al nuovo ordine, attualmente in corso. Quelle reti informali che, come abbiamo visto, in molti casi erano precedentemente attive all’interno dello stato stesso, si dispiegano adesso al di fuori di esso. Un caso esemplare è quello dell’Hashd al-Shaabi, le Unità di mobilitazione popolare (Pmu), un corpo di forze miliziane prevalentemente sciite che, reclutando migliaia di volontari dopo la caduta di Mosul, ha in parte sostuito l’esercito tradizionale nella lotta a IS, beneficiando anche del sostegno dell’Iran. Proprio perché nate al di fuori di un quadro istituzionale ormai in declino, le Pmu sono riuscite a captare il sostegno popolare soprattutto tra i giovani iracheni, svolgendo anche un ruolo di ascensore sociale ed economico per coloro che prima restavano ai margini della classe politica. 

La partecipazione alla lotta contro IS ha fornito a queste figure un’opportunità unica e senza precedenti di acquisire una popolarità di gran lunga superiore a quella dei politici al potere; gli ha anche permesso di accedere a risorse istituzionali che precedentemente rimanevano sotto lo stretto controllo degli esponenti politici  (le Pmu ricevono gran parte dei salari mensili dalle casse dello Stato) e di coltivare relazioni personali con potenze regionali (come l’Iran) al di fuori del quadro istituzionale. Comandanti miliziani, grazie alle reti di relazioni coltivate durante la battaglia contro IS, hanno avuto accesso a finanziamenti privati, dando vita a imprese private e organizzazioni non-governative di assistenza, attraverso le quali riescono a gestire e influenzare la popolazione a livello locale, in parte sostituendosi alle istituzioni.

La classe politica tradizionale si trova relegata a Baghdad, con una diminuita capacità di mobilitare il sostegno popolare attraverso le istituzioni tradizionali dello stato e sempre più costretta a stabilire legami sia politici sia economici con la rete di potere informale extraistituzionale per mantenere attive le proprie reti clientelari. Figure preminenti del vecchio ordine istituzionale fungono da mediatori tra le reti di potere informale e le istituzioni di stato: questo è, per esempio, il caso di Faleh al-Fayyadh, che ha mantenuto il suo ruolo di consigliere per la Sicurezza nazionale, ma al contempo è incaricato di dispensare gli stipendi per le Pmu. Nouri al-Maliki, primo ministro dell’Iraq dal 2006 per ben otto anni consecutivi, dal 2014 ha riinvestito completamente nelle strutture informali delle Pmu. 

Da sottolineare anche il cambiamento nelle relazioni civili-militari. Gli anni del post-invasione americana sono caratterizzati da una netta distinzione tra classe politica – che deteneva le cariche più alte dello Stato e il comando delle forze di sicurezza – e ufficiali dell’esercito, le cui funzioni erano strettamente limitate all’ambito militare. La battaglia armata contro IS rimette in questione la netta distinzione tra sfera civile e militare, promuovendo come nuovi protagonisti della scena politica irachena figure che hanno ricevuto una formazione militare o militari (come quelli delle celebri forze speciali del contro-terrorismo) che, in futuro, potrebbero nutrire aspirazioni politiche. Queste nuove figure godono di una popolarità incomparabile rispetto ai politici di Baghdad, hanno accesso a tutto il territorio nazionale, dispongono di forze armate e intelligence e potrebbero acquisire ruoli importanti, non necessariamente spingendosi al comando del paese ma sostenendo una fazione politica piuttosto che un’altra. ­­­­­­­­­­­

La transizione da vecchio a nuovo assetto non riguarda soltanto gli attori e i luoghi del potere,ma anche le modalità attraverso le quali questo si esercita nel controllo del territorio. La guerra a IS e il pericolo (reale o percepito) dell’incombente avanzata dei militanti hanno ridotto la mobilità all’interno del paese e isolato i centri urbani iracheni gli uni dagli altri dispiegando forze di sicurezza alle frontiere di città e villaggi. Qui, la rete amministrativa statale, già in declino, ha potuto continuare a funzionare soltanto attraverso l’intermediario delle forze di sicurezza – principalmente le Pmu e le forze speciali irachene del contro-terrorismo – che regolano l’accesso a strade e centri abitati. In questo nuovo contesto, la lotta per il potere non si gioca più sul controllo delle istituzioni dello stato centrale o sul dispiegamento delle forze di sicurezza nei centri urbani e nell’insieme del territorio nazionale, com’era pratica diffusa nel decennio che ha seguito l’invasione americana, ma è piuttosto il controllo del sistema viario e delle infrastrutture (soprattutto autostrade e aeroporti) la premessa per arrivare a controllare le istituzioni del governo locale. Le forze militari o miliziane che gestiscono l’accesso ai centri abitati sono nella posizione di prevaricare sia l’amministrazione civile che le forze di polizia locale, facilitando o negando il ritorno ai rifugiati, l’accesso e la mobilità ai residenti e persino a agli organismi internazionali impegnati nella ricostruzione del post-IS. In un contesto di sgretolamento della maglia istituzionale, il controllo strategico delle vie d’accesso è diventata la vera premessa di ogni esercizio di sovranità su porzioni di territorio. 

Per la classe politica che intende mantenersi al potere, non solo è necessario cercare un riposizionamento tra strutture del vecchio e del nuovo ordine, ma anche e soprattutto stabilire legami con le forze di sicurezza che controllano le infrastrutture del paese. Ci si può dunque attendere che il processo di trasformazione verso un nuovo ordine politico avvenga attraverso fasi intermedie che vedranno figure della vecchia classe politica legarsi a politici, militari e miliziani che dispiegano la loro azione muovendosi sul labile confine tra istituzioni burocratiche e reti informali. Anche lo stato iracheno potrebbe di conseguenza assumere una forma ibrida: pur mantendosi formalmente nelle sue frontiere, è probabile che vada incontro a una interna frammentazione in una serie di “feudalità”, corrispondenti ad altrettante zone di controllo del territorio da parte dei nuovi poteri emergenti.

Reconciling Iraq's Hard Realities

In a Berlin speech to German and Dutch officers, diplomats and civilians, Crisis Group's Middle East and North Africa Program Director Joost Hiltermann argues that any attempt to help Iraqis piece their country back together again needs to take into account local realities, the grander geopolitical picture, and especially regional powers Turkey and Iran.

One of the key challenges in talking about Iraq – or any place, really – is to connect the large with the small, the overall geostrategic picture with the minutiae of daily life, but also the optimistic vision of the way ahead with the hard, depressing realities imposed by local politics, economics and conflict that block the implementation of that vision.

I want to bridge that divide: to present you with the hard realities, but then to leave you with some hope – to combine in a way last night’s uplifting, forward-looking presentation by former Federal President Christian Wulff with the one by the International Organisation for Migration’s Dino Silipigni that gave us a realistic close-up view of the nitty gritty of fixing Iraq – of helping Iraqis to fix Iraq – through the example of community policing.

Western nations are a party to the conflict

First, we have to understand our own role as Western nations in Iraq. The international coalition to fight the Islamic State – Daesh – is by definition a party to an international armed conflict, a belligerent that is pursuing its own interests and objectives in Iraq and Syria. The coalition cannot be non-partisan. It has chosen sides by fighting Daesh.

Two, in fighting Daesh this coalition has favoured certain Iraqi actors over others. These have become allies. They each have their own agenda, which may not be the same as the coalition’s. For most Iraqi actors, Daesh is not their primary target but a secondary one – an obstacle that needs to be defeated on the way to what really matters: outcompeting their local or regional rivals. And also: a means to derive benefits from the international coalition.

Because of this, the Western fight against Daesh will have unintended consequences, namely the strengthening of its chosen allies against their competitors, whose grievances may be no less understandable and whose aims may be no less legitimate. In this way, the coalition may solve one problem – Daesh – while creating new ones. These could be even more dangerous to Western interests.

Allies are setting the agenda – their own

How does this happen? The coalition’s allies derive three sets of benefits from agreeing to sacrifice their men on behalf of this alliance. These are:

  1. Weapons and military skills. The question is: what will these be used for in addition to the fight against Daesh, and against whom? An example: it is clear that the Kurdistan Democratic Party (KDP) of Masoud Barzani is deriving great benefit from its exposure to American military skills and training on American weaponry. It is already using these assets not just to fight Daesh but to push into areas taken from Daesh and emptying them of their Arab population. This is happening in officially named “disputed territories” to which Kurdish leaders have long laid claim and which they now see an opportunity to annex to the Kurdistan region. But unilateral moves will not solve this longstanding dispute.
     
  2. Credit in the form of political support and possibly political recognition. In northern Iraq, Barzani feels so emboldened by the coalition’s support that he has announced his intent to stage an independence referendum later this year. He is doing so even though the objective conditions for Kurdish independence are far from ripe. His calculation is that regardless of conditions this is the best time, because Western support, which is notoriously fickle, is currently solid, and is critical to obtaining wider international recognition. But Iran and Turkey oppose Kurdish independence, and have the means to sabotage it. Even riskier, Barzani is pushing for the referendum to be held in the disputed territories, such as Kirkuk; this could start a civil war.
     
  3. Reconstruction aid. The coalition’s allies can steer aid toward themselves and their allies and away from their rivals. This is a particularly salient problem in the KDP-dominated Ninewa Plain with its diverse population.


Perceptions matter

While the coalition may see itself as a nonpartisan actor in Iraq apart from the fight against Daesh, Iraqi actors don’t see it that way. They see the coalition as wholly partisan through its choice of local allies. What is worse, Western NGOs are not immune from being seen through this lens either. There is a long history of Middle East people’s perceptions of Western intervention as multi-pronged and sinister in intent. This may sound conspiratorial, but it has an empirical basis. Many people in the Middle East lump Western NGOs in with Western military intervention. Paradoxically, the “Common Effort” here in Berlin reinforces that notion. (But from our Western perspective, the “Common Effort” makes a lot of sense in terms of efficiency, and I’m not discouraging you from proceeding on this path!)

The power struggle between Turkey and Iran

The situation is compounded by a geostrategic power competition in Iraq between Iran and Turkey. To understand what is going on, we first have to understand what drives these two states.

Iran wants three main things in Iraq, in each case to counter a specific threat. It wants:

  1. An Iraq that is relatively weak and as pro-Iran as possible, a state that will not attack Iran (as it did in 1980).
     
  2. Strategic depth against a hostile Arab and Sunni world – another lesson it learned from the Iran-Iraq war.
     
  3. Maintaining its “forward defence” against Israel, its main enemy in the region. For this it uses Hizbollah as a deterrent against an Israeli attack. But a strategic asset such as Hizbollah is only as strong as the supply line that supports it, and since 2014 Iran has had an opportunity to forge land routes through Iraq to Syria to supplement its air channel. What happened in northern Iraq two days ago (when Iran-backed Shia militias for the first time pushed all the way to the Iraq-Syria border through predominantly Sunni tribal territory) is a stunning illustration of this.

Likewise, Turkey wants three main things:

  1. A strong Iraq that can act as a buffer against Iranian influence and also can control its northern border, where the Kurdistan Workers' Party (PKK) roams.
     
  2. Preserving its post-Ottoman economic influence in northern Iraq, especially the Mosul area.
     
  3. Defeating or at least containing the PKK in the absence of an Iraqi state able to do so.
     

Additionally, Turkey would like to be able to draw on Iraq’s energy wealth.

A better way forward

So what is the better way forward? First, we must recognise that while the members of the Western coalition to fight Daesh in Iraq have a relatively small footprint, they can do a disproportionate amount of harm, given their superior weapons, military skills, political weight, and reconstruction funds. As Dino pointed out last night, the first maxim should be to do no (further) harm. This means: only providing arms to local allies if there are strings attached: military assistance should be conditional on these allies’ use of weapons in the fight against Daesh only, and on military conduct consistent with international humanitarian law. In other words, no ethnic cleansing and associated destruction of entire villages, or forced removal of IDPs.

Beyond that I would say:

  1. If you can’t be non-partisan, you can still make every effort – and be seen to be making every effort – to be balanced and fair, to be “colour-blind”, especially in distribution of reconstruction funds and establishment of projects. For example, if you are going to help rebuild Kurdish, Christian and Yazidi villages in the Ninewa Plain, there should be a parallel effort to rebuild Arab villages, as well as Mosul, not to mention Falluja, which remains in ruins. Be aware of how Iraqis see you. You will face opposition by the local powers that be. You need to push back.
     
  2. Promote reconciliation between a broad range of actors, even in the absence of trust. Rome wasn’t built in a day, and neither will trust be; indeed, trust may emerge long after the parties have established peace. Trust came decades after the 1648 Treaty of Westphalia was signed, not leading up to it. But building trust is a critically important objective, and the foundations can start to be laid now through specific mutually beneficial agreements in the economic sphere, for example an oil revenue-sharing deal between Baghdad and Erbil.
     
  3. Help Iraqis help themselves and each other. Enable them rather than impose solutions.
     
  4. Involve youth in all these efforts, including in decision-making.


Is hope realistic?

In proceeding on this path, while we should not lose sight of the complexities of Iraq, we also cannot afford ourselves to lose hope. One source of hope is the remarkable resilience we find in Iraqis every day.

I’ll just cite one example. I have been part of efforts for the past nine years to build an intercommunal framework for debate in Kirkuk as a basis for improving governance and ultimately solving the tricky matter of its political status. Kirkuk is a contested region with a diverse ethnic population and rich in oil. When we first brought a number of Kirkukis together in Jordan from across the ethnic and political spectrum, they were barely able to speak to each other, even though they all knew each other from local politics. Through further workshops in Berlin, Beirut and Amsterdam, I had the pleasure to observe that over time they developed warm personal relationships. They still found themselves unable to meet as a group back in Kirkuk, however, mainly because external parties kept pulling at them in opposite directions and undermining any of their efforts to achieve local consensus. Yet their personal relationships have become the foundation for future cooperation on security, governance, and settling Kirkuk’s status.

So I want to end on that note of hope. The odds may sometimes appear overwhelming, but with a balanced approach and a good deal of goodwill, members of the Western coalition and other external actors can help establish an environment in which Iraqis can start addressing, and perhaps even solving, their own problems.